Viaggio nelle Eolie

di Alexndre Dumas

Vicolo di Panarea

…ci svegliammo di fronte a Panarea dove un breve tratto di navigazione in barca a vela, per tutta la notte il vento ci era stato contrario ed i nostri uomini si erano alternati ai remi: ma non avevamo fatto un gran percorso ed eravamo appena a dieci miglia dalle coste di Lipari. Siccome il mare era assolutamente calmo e le condizioni metereologiche favorevoli dissi al capitano di gettare l’ancora, di fare cambusa per la giornata e soprattutto di non dimenticare i miei amati crostacei. Infine scendemmo nel tender prendendo Pietro e Filippo come rematori e gli ordinammo di condurci su uno dei venti o trenta isolotti sparsi nel braccio di mare tra Panarea e Stromboli. Dopo un quarto d’ora di navigazione sbarcammo a Lisca Bianca, la barca a vela alla fonda ed il suo “albero galleggiante” che ondeggiava lievemente ci rassicurava da lontano. Jadin si sedette rimpianse il suo parasole, montò la sua camera bianca e si mise a fare un disegno generale delle isole.  Quanto a me, presi il mio fucile da e seguito da Pietro mi misi in cerca di avventure, che si limitirano all’incontro con due uccelli marini, della specie di Beccaccini che prendemmo entrambi. Era già più di quanto avessi potuto sperare visto che l’isolotto era completamente deserto e con rari ciuffi d’erba in qua e là. Voltandomi si stagliava vicina Panarea con il suo profilo leggermente spiovente e le vele delle barche in navigazione che ne contornivano il profilo. A valle dell’isola pochi e rari i caseggiati dei pescatori. A monte una fitta vegetazione bassa e scura tra me e Panarea poche centinania di metri, ma alla mia vista questi molti isolotti sembravano separarmi da essa come un sentiero di pochi passi. Voltandomi verso nord vedo con sorpresa quella che all’inizio mi parve nebbia. Stordito, aguzzando la vista capisco che all’orizzonte sto guardando lo Stromboli e che quella presunta nebbia altro non è che il misti di fumacchi e lapilli che circondano il cono vulcanico di “Iddù”, così come gli isolani amano chiamarlo.

Rivolgo di nuovo la mia attenzione a ciò che sto facendo e con Pietro, che aveva molta familiarità con tutte queste rocce piccole e grandi, decido di farmi guidare subito all’unica cosa curiosa che esiste sull’isola. Si tratta di una sorgente di gas idrogeno solforoso che si sprigiona dal mare in numerose bolle e che diffonde tutt’intorno quell’odore acre tipico di una cucina malconcia. Pietro ne raccolse per me una cera quantità in una bottiglia di cui si era appositamente munito e che pappò ermeticamente con la promessa di mostrarmi al nostro ritorno in barca a vela, una curiosità. Dopo una sosta di circa un ora a Lisca Bianca ci accorgemmo che la nostra barca si muoveva e si avvicinava a noi.

Panarea vista da Lisca Bianca

Giunse davanti all’isola proprio quando Jadin ultimò il suo disegno; così non dovemmo far altro che salire sul tender e remare per cinque minuti prima di essere nuovamente a bordo. Il capitano aveva seguito le mie disposizioni alla lettera, aveva raccolto così tanti gamberi ed aragoste che non sapevamo più dove mettere i piedi, tanto il ponte ne era pieno. Ordinai di raggrupparli e contarli: ce ne erano quaranta. Rimproverai il capitano e lo accusai di volerci rovinare, ma mi rispose che avrebbe preso per se ciò che non avrei voluto, visto che non si poteva trovare nient’altro ad un prezzo migliore. In effetti a conti fatti, l’importo ammontava ad una cifra così bassa che mi accorsi che aveva acquistato in blocco la pesca di una barca di pescatori dell’isola di Panarea, per due monete al chilo.

La nostra escursione a lisca bianca ci aveva svegliato un feroce appetito; di conseguenza ordinammo a Giovanni di mettere in pentola i sei esemplari più grandi del gruppo, per il pranzo nostro e per quello dell’equipaggio; facemmo poi portare sei bottiglie di vino dalla cambusa in modo che non mancasse nulla al nostro pasto. A fine pranzo Pietro ci allietò con una tarantella ed il lieve ondeggiare della barca al passaggio di altre imbarcazioni a vela ci rilassò quanto bastava per passare un lieto pomeriggio in compagnie nelle acque di questo arcipelago eoliano. Alla vista dei miei due beccaccini, il capitano mi rivelò che l’isola di Basiluzzo brulicava di conigli. Siccome da tempo non facevo una battuta di caccia in piena regola, e nulla ci metteva fretta decidemmo di ancorarci davanti a quest’isola e di mettere piedi a terra per un paio di ore. Il profilo di Basiluzzo, arcigno alla vista come le guglie di una cattedrale gotica incuteva un leggero timore. Fondali profondissimi tutt’intorno non permettevano di ancorare se non lanciando una cima a terra che sola ci dette il modo di sbarcare. Naso all’insù Basiluzzo altissima pareva una costruzione egizia e solo una lunghissimo sentiero conduceva alla piana centrale. Quando vi arrivammo erano quasi le tre, e la rada dove la nostra barca riuscì a trovare collocazione era piuttosto comoda: otto o dieci case coronavano allora la piana dell’isola. Poiché non volevo ledere il diletto dei proprietari, mandai Pietro a domandare loro se mi volessero concedere il permesso di abbattere qualcuno di quei conigli. Mi mandare a dire che erano ben lungi dall’opporsi a quella lodevole intensione: più ne avrei presi più avrei fatto loro un piacere, dato che questi insolenti predatori saccheggiavano impunemente i pochi ortaggi che coltivavano e che, non disponendo di fucili non potevano difendersi da essi. Iniziammo la caccia e fu molto proficua.

Scoglio di Basiluzzo

Esplorammo l’isola da un capo all’altro, c’eravamo accorti di alcune antiche vestige: mi ci accostai ma a colpo d’occhio mi resi conto che erano prive di importanza. Avevamo perduto o meglio guadagnato due ore e se bene si fosse levata una bella brezza di sud est dalla Sicilia probabilmente non saremmo arrivati in tempo al porto di Stromboli per poter scendere a terra.

Spiegammo ugualmente le vele per non avere nulla da rimproverarci e percorremmo quasi sei miglia in due ore; ad un tratto però il vento da sud cadde per lasciare posto al grecale da nord est, e poiché le nostre vele divennero più dannose che utili procedemmo nuovamente a remi. Nell’avvicinarci al vulcano di Stromboli la nebbia intravista prima si rarefaceva pian piano ed il profilo dello Stromboli diveniva sempre più nitido. Dai disegni di Jadin mi accorsi poi che questo poteva essere definito il vulcano per eccellenza, tanto la sua forma conica assomigliava alla perfezione a quello che gli studiosi chiamavano “vulcano”.        

Storie di Mare… Mare delle Eolie!

Spiaggia di Canneto

Viaggio nelle Eolie di Alexandre Dumas

…trascorremmo parte della giornata a bordeggiare; avevamo sempre il vento contrario. Passavamo successivamente in rassegna a Salina, Lipari e Vulcano, intravedendo ad ogni passaggio, tra Salina e Lipari, lo Stromboli che scuoteva all’orizzonte il suo pennacchio di fuoco. Poi ogni colta che tornavamo verso Vulcano, tutto avviluppato in un calore caldo ed umido, scorgevamo più distintamente i tre crateri piegati tutti e tre verso occidente. Uno di essi ha lasciato colare un mare di lava il cui colore scuro contrasta con la terra rossastra e con i banchi sulfurei che lo circondano.

Sono due isole ricongiunte in una sola in seguito ad una eruzione che ne ha colmato la distanza. Solo una era da sempre conosciuta ed era Vulcano, mentre l’altra sembra essere comparsa nel 1550. Verso la metà del XVI secolo ebbe luogo l’eruzione che le unì dando vita a due porti: quello di Levante e quello di Ponente.

Infine, dopo otto ore di inutili sforzi, riuscimmo ad entrare tra Lipari e Vulcano e, una volta riparati da quest’ultima isola, guadagnammo a remi il porto di Lipari, e demmo fondo all’ancora verso le due.

Lipari, con il suo Castello costruito su una rocca e le sue case disposte secondo le sinuosità del terreno, presenta un aspetto quanto mai pittoresco. Del resto, avemmo tutto il tempo di ammirare la sua posizione, considerate le innumerevoli difficoltà che ci fecero per lasciarci sbarcare.

Le autorità, alle quali avevamo avuto l’imprudenza di ammettere che non venivamo per il commercio della pesca, il solo commercio dell’isola, e che non comprendevano si potesse raggiungere Lipari per altre ragioni, non volevano ad ogni costo lasciarci sbarcare.

Alla fine, quando passammo attraverso un cancello i nostri passaporti che, per paura del colera, ci furono presi dalle mani con delle gigantesche pinze, e una volta che si furono assicurati che venivamo da Palermo e non da Alessandria o Tunisi, ci aprirono il cancello acconsentendo a lasciarci passare.

C’era un bel pò di differenza tra questa ospitalità e quella di Eolo. Si ricordi che Lipari altro non è che l’antica Eolia, dove Ulisse sbarco dopo essere sfuggito a Polifemo.

Ecco ciò che racconta Eneide: “Arrivammo fortunatamente all’Isola di Eolie, isola accessibile e conosciuta dove regna Eolo, amico degli Dei. Un indistruttibile ed inespugnabile baluardo, circondato da rocce lisce e scoscese, cinge l’intera isola. I dodici figli del Re costituiscono la principale ricchezza del suo palazzo: sei maschi e sei femmine tutti nel fiore della giovinezza. Eolo li tiene uniti tutti insieme e le loro ore trascorrono, vicino ad un padre ed una madre degni della loro venerazione e del loro amore, in festini perenni e splendidi per abbondanza e varietà.”

Appena fummo al porto di Lipari ci mettemmo alla ricerca di un albergo: sfortunatamente però, era una cosa sconosciuta nella capitale di Eolo. Cercammo da un capo all’altra della città; nonla minima piccola insegna, ne alcuna indicazione di locanda.

Lipari, Marina Corta.

Eravamo là, Milord seduto e Jadin ed io ci guardavamo abbastanza imbarazzati quando vedemmo una enorme folla davanti ad una porta; ci avvicinammo, facendosi largo tra la calca, e vedemmo un bambino di sei otto anni morto e disteso su una specie di giaciglio.

Ciononostante la famiglia non sembrava molto addolorata, la nonna accudiva alle faccende domestiche ed un altro bambino di cinque o sei anni giocava rotolandosi per terra con due o tre maialini da latte. Solo la madre era seduta ai piedi del letto ed invece di piangere parlava al bambino disteso con una speditezza tale che non capivo una sola parola.

In quel momento due monaci entrarono a prelevare il bambino, la madre e la nonna lo abbracciarono per l’ultima volta, poi staccarono il fratellino dalle sue occupazioni affinché facesse altrettanto.

L’isola di Lipari, che da il suo nome a tutto l’arcipelago, ha una circonferenza di sei leghe e racchiude diciottomila abitanti è sede di un vescovado e residenza di un governatore. Come si può ben intuire nella capitale Eoliana gli avvenimenti sono rari. Ancora si racconta, come fosse successo ieri, il colpo di mano che tentò su di essa Ariadeno Barbarossa, il famoso pirata che in una sola incursione e con una sola retata rapì l’intera popolazione, uomini, donne e bambini e li condusse con se come schiavi. Carlo V, allora Re di Sicilia, invio una colonia di spagnoli per ripopolarla, insieme a degli ingegneri per costruirvi una cittadella fortificata ed una guarnigione per difenderla.

Gli odierni Liparesi sono pertanto i discendenti di questi spagnoli giacché, come si può ben capire, non si vedi mai più riapparire nessuno di quelli che furono rapiti dal pirata Barbarossa.

Il nostro arrivo aveva destato scalpore; a parte i marinai inglesi e francesi che vengono a rifornirsi di pietra pomice, è abbastanza raro che uno straniero sbarchi a Lipari. Eravamo dunque oggetto di una curiosità generale: uomini, donne e bambini si affacciavano ai loro usci per guardarci passare e rientravano solo quando eravamo lontani. Così attraversammo tutta la citta.

Lipari, Vicolo Sena.

In fondo al corso, ai piedi della montagna di Capo Bianco, si trova un a collinetta, sulla quale salimmo per godere del panorama dell’intera città. Eravamo li appena da un attimo quando fummo avvicinati da un uomo sui trentacinque quarant’anni che da qualche minuto ci seguiva con l’evidente intenzione di parlarci. Era il governatore della città e dell’arcipelago, questo titolo pomposo da subito mi spaventò: viaggiavo sotto falso nome ed ero entrato clandestinamente nel Regno di Napoli. Ma fui subito rassicurato dai modi tanto gentili del nostro interlocutore: era venuto a chiederci notizie sul resto del mondo con il quale era assai raramente messo in comunicazione, e per invitarci a cena il giorno seguente. Lo informammo su tutte le novità che sapevamo sulla Sicilia, su Napoli e sulla Francia ed accettammo il suo invito.

A nostra volta gli chiedemmo informazioni su Lipari. Ciò che conosceva di più era il suo organo eolico di cui parla Aristotele e le sue stufe di cui parla Diodoro Siculo. Quanto ai viaggiatori che avevano visitato l’isola prima di noi, gli untimi erano stati Spallanzani e Dolomieu. Il brav’uomo, al contrario di Re Eolo, di cui era il successore si annoiava a morte. Trascorreva la sua vita sulla terrazza della sua casa con in mano un cannocchiale. Ci aveva visto arrivare e non aveva perduto nessun dettagli del nostro sbarco, subito dopo si era messo sulle nostre tracce…

To be continued…  

Stromboli terra di Dio…

La mia prima visione dell’isola di Stromboli me la offre il Margaux, il nostro Beneteau 57 nel 2011 arrivando dopo 24 ore di navigazione dalla costa….già viste Capraia, Elba, Giglio, Ponza, Egadi…tutte straordinariamente belle ed indubbiamente fascinose. Eppure Stromboli alle persone gli va incontro, non le aspetta, le assale. E te le fa dimenticare tutte all’istante…Si sa, gli arrivi in barca a vela su di un’isola, l’avvicinamento lento a suon di regolamenti di vela, il sibilo del vento sono visioni che tutti una volta nella vita dovremmo provare perché questi arrivi sono una conquista e questa sensazione su Stromboli la avverti chiara e limpida come il cielo terso che fa da cornice ad suo cono “presuntuoso”.

Stromboli e’ un’isola “sui generis” in tutto e per tutto, ma in realta’ non e’ un’isola, e’ un cono vulcanico che spunta dal mare ed i suoi pochi abitanti, 400 nei mesi invernali, vivono, nelle loro case bianche, abbarbicati sulle sue pendici, consci e felici del pericolo che li sovrasta, ma non curanti: “chi comincia a vivere qui non se può andare”…questa è la frase che in questi giorni mi sentirò ripetere più spesso. La natura e’ verde intenso, rigogliosissima forse per il clima temperato e per la fertilita’ dei terreni vulcanici. I colori dei fiori hanno tonalità mai viste altrove, sono dovunque e tantissimi, di dimensioni oserei direi geneticamente modificate se non sapessi che qui nulla fa l’uomo con le sue mani per ostacolare la natura dei luoghi; mi stordisce il profumo, quello del fiori biancolatte del cappero e delle bounganville che mi penzolano intorno in ogni dove;  profumi che non ricordi, a memoria, di aver mai sentito. Ci sbatti il naso ovunque se non guardi avanti…e non riesci a guardare dove vai, perché ogni angolo cattura l’attenzione come una calamita. “A Strmboli l’amore è gieco..” leggo in ogni dove. Sorriso di rito, sonore risate dell’equipaggio e due coppie di piccoli gechi abbarbicati sui muretti che sembrano cosi essere abituati alla presenza dell’uomo da rimanere pressochè immobili. Ora che sono a terra capisco cos’era quel sentore che ho avuto annusando l’aria quando la nostra barca a vela ha dato ancora davanti a Ginostra. I fiori, erano i fiori. Penso che la Bergman ne sia rimasta affascinata; la casa in cui visse per un breve periodo con Rossellini è “abbracciata” su ogni lato dai fiori. Io ne sono rimasta affascinata.

Il mare e’ molto bello, ma il primo impatto è terrificante. Impressiona. I fondali calano a picco a pochi metri dalla spiaggia e quando ti butti dalla plancia della barca a vela nel blu intenso, sai che sotto di te quel cono vulcanico che vedi spuntare dall’acqua si inabissa in essa per altri 2000 metri e l’impatto è caldissimo sulla pelle, ma gelido nel cuore. Ti ci devi abituare a Stromboli, devi capire che lui comanda e tu ne devi subire il fascino. Le poche spiagge sono di cenere lavica, nere, la maggior parte inaccessibili via terra…Margaux ancorata nelle baie più rilucenti sembra piccina piccina ed allontanandosi un pochino a nuoto, guardandola, sembra che i fumi del vulcano, la inghiottano. Pare quieto talvolta lo Stromboli, ma quei 20 minuti soltanto che intercorrono tra un’eruzione e l’altra…poi tutti sussultano, la terra trema sotto i piedi ed il mare ne attutisce le sonore, piccole e continue sciare di ciottoli che rotolano da lassù….

Il vulcano ha due crateri costantemente attivi, che eruttano a cadenza regolare, uno dopo l’altro, quasi a scandire il tempo; ci potresti regolare l’orologio. Prima ti batte il cuore dalla paura, paura vera;  poi ci fai l’abitudine e ad ogni botto sorridi. Andando via, quando lo guardi da poppa, ne avrai per sempre nostalgia.

Quella notte, il mio Comandante, lo Skipper, l’”Uomo di Margaux” decide di fare uno strappo alla regola, salpare l’ancora ed affrontare mezzo periplo dell’isola verso la sciara del fuoco. Un grande e ripido pendio che riversa in mare la lava del vulcano; nottetempo, quando il sole non ci oscura la visione con la sua luce, lo spettacolo e’ impressionante, le esplosioni ed il lancio di lapilli si susseguono e nel momento in cui il magma incandescente tocca l’acqua, i ciottoli freddano improvvisamente e formano alte colonne di vapore acqueo.

Vorrei vedere Ginostra, antistante la sciara ed dalla parte opposta rispetto a San Vincenzo, il paese principale di Stromboli. Il fascino tutto particolare di un paese a cui senza barca, sia essa a vela, motore o remi, non si può arrivare. Conta trenta abitanti, non ha mai avuto energia elettrica tranne da un ultimo breve periodo. Gli abitanti ne saranno forse felici…oppure no.  Il sentiero che si snoda lungo le pendici del vulcano e’ in parte franato e percorrerlo e’ pericolosissimo. E comunque sarebbero quattro ore. Penso che raggiungerlo via mare sarà facile…non è così. L’ancoraggio per Margaux, visti gli alti fondali, è precario ed  il suo porto, detto il “Pertuso”, e’ il piu’ piccolo esistente al mondo…batte quello storico di Ventotene. Chi abita qui, chi sceglie coraggiosamente questo posto anche nei mesi invernali è, di fatto, isolato per lunghi periodi durante l’anno.

Io che nel 2011, alla mia prima vacanza in barca a vela, non sono ancora propriamente avvezza al mare da questa prospettiva, mi rendo conto che raggiungere Ginostra è stata una decisione azzardata. Solo secondo me, lo skipper è baciato dal solito ottimismo. Non vi e’ nessuna possibilita’, in caso di emergenza, di approdare; se il motore si guastasse saremmo in balia del mare. Mi dicono che in questo punto il segnale al cellulare svanisce. Margaux ancora senza indugiare e con il gommone raggiungiamo il pertuso…dieci metri quadrati forse…o forse è la mia prospettiva ad essere sfalsata perché anche le case, la gente, la trattoria e tutto di questo paese mi sembra piccolo piccolo. Ed io ancora più piccina. Mi accorgo che non potrei mai fare la scelta che queste persone hanno fatto neanche per un mese forse. Rinunciare a tutto in pratica. Ma a loro, se tu glielo chiedessi, non sembrerebbe affatto di aver rinunciato a tutto, bensì di aver guadagnato un “nuovo tutto”. Glielo leggi negli occhi, non c’è bisogno che parlino. Forse se soggiornassimo qui per alcuni giorni capiremmo. Io l’ho solo “intuito” ed in parte lo Stromboli….dopo averlo visto consecutivamente ogni settimana per quattro mesi l’anno per sei anni. E oggi è sempre una sorpresa. Quella che i nostri equipaggi mi leggono negli occhi ogni volta che ci approdiamo chiedendomene il perchè. Non lo so perché, lo amo e basta. Secondo me le altre Isole, tutto nel mio cuore, gli fanno solo da cornice. E’ la mia Isola, lo è sempre stato fino dal primo momento, anche se ne avevo terrore.

Mi tuffo in mare per testare il mio coraggio, vedere se a distanza di qualche ora la paura di Iddu si è placata. Si sta bene, l’acqua è tiepida, mi sembra di essere rilassata anche sola in acqua qui; piano piano l’animo si acquieta e se stai calmo ed ascolti, le eruzioni le puoi sentire tutte intorno a te. Il pranzo in trattoria è piacevole, il silenzio ammutolisce tutti e godere di una vista così è un assoluto privilegio. L’equipaggio decide di rientare in gommone. Io preferisco provare a nuoto. Cerco di raggiungere Margaux e durante la piccola traversata sotto di me un’ancora incagliata nei massi a circa 5 metri di profondità attrae luccicante la mia attenzione; chissà perché nessuno si è preso la briga di recuperarla, mi chiedo. L’ancora mi distrae, ma quando riprendo a nuotare l’istinto è di voltarmi…vedo le pareti delle Stromboli che poco più in là si gettano negli abissi scurissimi…ho un sussulto, vado su, ma ingoio acqua salata, tossisco e ancora tossisco, mi tolgo la maschera strappandomi anche i capelli dalla fretta che mi è presa. Il tempo di riprendermi un po’ e salgo al volo su Margaux. Ovviamente tutti a bordo ridono…assistendo alla scena dalla tuga sicura della barca a vela tutto è più semplice. Ma io ho sentito Stromboli cosi esplicitamente e sonoramente sussultare che il cuore è salito in gola.

 

Ti ho lasciato così la prima volta e ti rivedo oggi con occhi diversi e più sereni, ma sempre ed ogni volta con il cuore in gola.

Simona

 

Alicudi…forse il periplo di un’isola, possibile a nuoto…

Alicudi Island…

fuori dalle rotte commerciali, con pochi abitanti e senza il turismo di massa che le altre isole conoscono, Alicudi conserva ancora il suo fascino naturale. Chi arriva ad Alicudi si immerge in una dimensione di vita ormai altrove perduta. Qui persino le grandi cernie non sembrano diffidenti e si fanno osservare senza ritrarsi. La risacca del mare e lo stormire del vento sulla vegetazione sono gli unici suoni. Arrivando in barca a vela da Filicudi, l’isola non offre ripari…dall’alto sembrerebbe quasi un ovale privo di qualsivoglia ansa od insenatura atta a permettere un ancoraggio degno di tale nome. Per cui ci accontentiamo di un approdo alla fonda precario che ci permetta di godere del fondale scuro e delle sensazioni che solo un’isola decentrata e quasi “persa” possono offrire. Data la particolare conformazione del terreno, mancano del tutto strade o viottoli carrozzabili e pertanto anche le auto, i motorini o le biciclette. Per affrontare le scalinate di pietra lavica che si inerpicano dappertutto, ci si affida ai propri piedi e ai simpatici asinelli che sono allevati sull’isola e che sopportano il peso delle merci e dei bagagli dal porto alle case sparse sul pendio. Niente discoteche, pizzerie, tavole calde, birrerie, boutiques, barbieri, paninoteche e sale giochi, solo un albergo bar ristorante e due negozi di alimentare..una rivendita di giornali e prodotti artigianali….ma è un luogo incantevole dove rifugiarsi ed assaporare una vacanza diversa. Il periplo dell’isola è un viaggio nella “preistoria” delle isole Eolie e sicuramente la barca a vela, se Eolo ce ne darà l’occasione, è il mezzo principe per affrontarlo. Partendo in senso antiorario dall’approdo di Palomba, si costeggia la spiaggia di Alicudi Porto. Le coste sono quasi tutte a picco sul mare e seguono un profilo uniforme, senza formare cale o punte accentuate, ma solo qualche piccola spiaggetta assolata. Dal mare, affacciandosi a prua della barca a vela se ne scorge una visione d’insieme: l’abitato, i terrazzamenti incolti, la Chiesa di San Bartolo in alto, la contrada Bazzina dove la costa si fa più dolce. In corrispondenza di questo tratto il fondale si trova a soli 5/10 mt…tali da poterci permettere di calare l’ancora per qualche ora prima che le brezze serali ci spingano verso la scogliera. E dove è possibile anche immergersi in apnea se lo si desidera, quasi un gradino prima di maggiori profondità. Più avanti dopo Punta Rossa, in direzione del versante occidentale, si possono osservare un’ alternanza di sottili colonne di lava detti Fili che spesso intersecano, dalla cima al mare, l’intera sequenza di rocce vulcaniche e grandi valloni di detriti lavici sgretolati detti Sciare. La parte occidentale totalmente inospitale e disabitata, è a picco sul mare. Ogni angolo ha forme e colori propri, sempre diversi e da l’impressione dell’inizio del mondo, del momento che ha preceduto l’apparizione della vita sulla terra. Si passa davanti a piccoli scogli coperti dal guano degli uccelli, la Sciara della Galera e lo Scoglio galera ricco di flora e fauna marina, dalle acque cristalline ed incontaminate. Qui i fondali hanno una pendenza più dolce:meritano una sosta ed un’immersione. Lo scoglio si protende come una spada dal mare verso la costa e ne è la continuazione. Proseguendo incontriamo un vallone molto profondo, la Sciara dell’Arpa che scende in mare direttamente dalla cima della  montagna . Dopo Punta Roccazza di nuovo i terrazzamenti ed una piccola grotta con un pilastro, detta della Palumba, scavata dal mare. Proseguendo si costeggiano la Punta dello Scario Vecchio, non un vero e proprio scale, ma piuttosto un riparo dai venti di tramontana, la Rupe del Perciato, un arco di roccia naturale, lo Scoglio della Palumba e ci si ritrova di nuovo al punto di partenza. E’ un periplo breve, ma affascinante e silenzioso che le vele della barca a vela spiegate all’occorrenza accompagnano con docilità seguendo perfettamente i ritmi e la mancanza di “pressioni” d quest’isola che di fatto è “una perla” del Mediterraneo. Con i piedi a terra, c’ di che inerpicarsi poichè nessuna strada costeggia le rive dell’isola, di cui non è infatti possibile fare il giro via terra. Solo una stretta litoranea conduce dal porto alla piana della Bazzina e nell’altro senso verso lo scoglio Palumba nei pressi del Pirciatu, roccia bucata ad arco sulla spiaggia, che si erge davanti all’hotel Ericusa. bagni in mare isole eolieLe scale sono mulattiere con ampi scalini in pietra che conducono fino alla vetta dell’isola, Piano Filo dell’Arpa. La vegetazione spontanea ed il disuso degli antichi sentieri rendono addirittura difficile il senso di orientamento nei viottoli. Per raggiungere il cratere bisogna prevedere circa due7tre ore di salita ed attrezzarsi di scarpe comode per camminare, senza troppa difficoltà sulle lastre di pietra chiamate “i princhi” che formano la strada. Dal porto si prende una stradina lastricata che sale costeggiando alcune abitazioni sino al vecchio molo detto scoglio palomba. E’ pittoresco questo paesino dalla case bianche che si inerpica, terrazzamento dopo terrazzamento, sulle ripide ed aguzze pendici del vulcano, immerso tra piante di erica, canne, cannicci, fichi d’india, cespugli di capperi e buganvillee. Superati la Chiesa del Carmine ed il Piano Fucile, al primo bivio si va a destra e dopo una serie di tornanti panoramici ed un tratto pianeggiante, la mulattiera arriva a circa 400 metri di altezza, sino alla Chiesa di San Bartolo, unico monumento di rilievo, ricostruita nel 1821 sugli intatti resti della seicentesca sacrestia. Sul retro vi è una grande cisterna per la raccolta dell’acqua piovana. Dopo pochi passi, lasciato il sentiero principale andando a sinistra si sale, tra ali di terrazzamenti, su una scalinata grandiosa che raggiunge un piano a quota 500 metri. In questo tratto pianeggiante quanto resta della cima di un cratere crollato, troviamo il villaggio di Montagna oggi abbandonato ed in rovina, antico insediamento edificato in alto per meglio difendersi dai corsari. Dall’altopiano si può salire sulla Fossa Gebbia e al Piano Filo dell’Arpa un antico cratere ormai colmo del vulcano. Da qui panorama è veramente stupendo. Un’escursione meno impegnativa consiste nel salire dal Porto verso la Chiesa del Carmine lungo una strada quasi orizzontale che domina il porto e conduce alla Tonna, un agglomerato pittoresco, rannicchiato al riparo di una vallata e tuttora abitato, da dove si può nuovamente scendere verso il porto. Una particolarità unica al mondo forse è la presenza dei “Rifriscaturi”, soffioni freddi emessi da cavità sotterranee e non caldi come quelli del vulcano usati anticamente dagli abitanti dell’isola come frigoriferi naturali per conservare cibi o raffreddare bevande. Mancano molte cose ad Alicudi, forse tutte agli occhi di chi la guarda e viene dal continente o anche solo dalle altre isole. Ma in effetti basta a se stessa e quando il mare, nei giorni di burrasca,la fa da padrone impedendo agli aliscafi di raggiungerla, Lei vive comunque. Non sopravvive, ma vive. Con poco e con lo scorrere lentissimo del tempo, ma lo fa.

Isola di Vulcano il mare di pietra…

Tra fanghi e bagni sulfurei, il Gran Cratere

Vulcano è la prima isola che si incontra salpando in barca a vela dal porto di Lipari. In prossimità del porto, ma anche avvicinandosi alla baie di Ponente e Levante, si è stupiti sia dalla bellezza del luogo sia dall’acre , ma piacevolissimo odore di zolfo che impregna l’aria. Il fenomeno cui ci si abitua presto e che da una gradevole sensazione di liberazione delle vie aeree, è dovuto alle “fumarole”, esalazioni ad alta temperatura di vapore acqueo, zolfo ed anidride carbonica che si sprigionano dal cratere e dalle fessure del terreno. Le fumarole ci rammentano, vive, che il cratere è sempre attivissimo ed anche circumnavigando l’isola in barca a vela se ne notano in ogni angolo di marre le manifestazioni a pelo d’acqua sotto forma di bolle che arrivano in superficie…soprattutto a vele aperte e motore spento il “ribollire” di questa terra impressione anche nelle sue manifestazioni sonore. Vive e si sente. Con Stromboli, Vulcano è l’unico cratere ancora attivo ed il più giovane dell’arcipelago delle Isole Eolie. Dovette fare molta impressione quest’isola ai romani ed i greci se denominandola “Terasia”, Terra Calda la consacrarono al Dio del Fuoco e la considerarono per sempre isola sacra. Il resto è storia recente; decenni di silenzio in un’isola bella e disabitata per lungo periodo sino a quando nel 1949 il regista Dieterle girò a Vulcano il film omonimo interpretato da Anna Magnani e l’interesse per l’isola e per le Isole Eolie tutte si risvegliò. Così anno dopo anno l’isola è diventata meta di un turismo internazionale e pressochè solo terricolo all’inizio dovuto all’attrazione del Vulcano e dai fanghi terapeutici; finalmente, anni dopo, l’isola si popola  anche del turismo marittimo che ne apprezza soprattutto il mare cristallino, la pacificità dei luoghi e la tranquillità delle baie più nascoste ai percorsi tradizionali accessibili peraltro solo in barca a vela; qui Vulcano si fa davvero apprezzare per i suoi scorci che talvolta ci riportano alle memoria scenari di gironi danteschi, tra le esalazioni sulfuree ed i pendii di roccia rossastra e la sabbia finissima e nerissima. A destra del molo di attracco è suggestivo, appena salpati, raggiungere la sommità del Faraglione di Levante; da qui si vede bene Vulcanello, sorta dal mare nel 183 a.c. in seguite a varie eruzioni sottomarine. E’ collegata all’isola da un istmo di sabbia e lava che ha creato due baie, diventate in pochi anni paradiso di chi, gettando l’ancora alla fonda, ha la fortuna di avvicinarsi all’isola via barca a vela e vedere tutta da una prospettiva ben più suggestiva, dal mare. A Levante si vede il laghetto naturale dei fanghi caldi, noti anche in epoca romana per la cura di patologie reumatiche, artrosi e malattie della pelle. Chi scrive (ed un po’ tutti del resto…) non ha saputo resistere e si è immerso nonostante l’odore ed il beneficio anche solo nel senso di un completo relax è stato visibilissimo! In prossimità del laghetto l’acqua refrigerante del mare riserva una sorpresa: “fumarole” sottomarine che riscaldano alcuni tratti del fondale marino pietroso. “Rimanere immersi nell’acqua che ribolle è un’esperienza unica che da una sensazione di assoluto benessere”….gettarsi dalla prua di una barca che da ancora in questa baia e ritrovarsi sott’acqua in mezzo ai fumi è anche inaspettatamente divertente e non solo per i bambini! La sabbia vulcanica nera e finissima contraddistingue la spiaggia di ponente che ospita nella sua baia una miriade di imbarcazioni ed è la più frequentata dai bagnanti. La meravigliosa spiaggia delle Sabbie Nere è delimitata a sinistra dallo Scoglio delle Sirene e a destra da Vulcanello in cui si trova La Valle Dei Mostri. La Valle prende il nome dalle particolari forme delle rocce modellate dal vento e dal mare in mezzo a dune di sabbia nera. Per visitare l’isola i percorsi da seguire sono due, uno terricolo ed uno marittimo. Per quest’ultimo il mezzo principe è sicuramente la barca a vela poichè il periplo dell’isola vi offrirà la visione di baie altrimenti inavvicinabili ed anche se questo tipo di turismo si è molto diffuso negli anni, la folla non è mai accalcata in ogni baia ma riesce benissimo a spalmarsi lungo tutto il percorso senza creare noiosi affollamenti e questo anche nei periodi di massima frequentazione come agosto ad esempio. Issiamo quindi l’ancora dal Porto di Levante per il giro che tutto si snoda in circa 28 chilometri verso  nord costeggiando la penisola di Vulcanello osservando lo spaccato longitudinale del cratere stesso. Superata Punta del Monaco dopo il promontorio si scopre una piccola baia cinta dalle rocce a strapiombo del Monte Lentia. Sulla sinistra il basso fondale contornato dagli scogli forma le cosiddette Piscine di Venere, piscine naturali di acqua color verde smeraldo. In fondo alla cala si apre la Grotta del Cavallo. Si può entrare ed inoltrarsi anche a nuoto e fare un bagno con il riverbero del sole che crea giochi di luce in un’acqua limpida che va dal verde al blu e l’ora migliore è senza dubbio il tramonto. Scendendo appare la Torre bianca del Faro Vecchio…ecco lo scalo di Gelso e la Spiaggia dell’Asino…dal mare si scorgono terrazzamenti e case coloniche mentre ci sovrasta l’imponente Monte Aria dai fianchi sinuosi e rossicci fino ad arrivare a Punta del Grillo in cui la colata lavica ha creato tutte una serie di piccole, splendide grotte; luogo splendido anche per la presenza di una sorgente naturale di acqua calda. Di percorsi terricoli d’altro canto ce ne sono molti, ma il più emozionante è senza dubbio la salita al cratere che potete organizzare al mattino o al calar della sera magari con il resto del vostro equipaggio in modo da non soffrire il caldo dei periodi estivi. L’escursione al cratere non si può perdere e rende percettibile una sensazione altrimenti inimmaginabile: la vicinanza non solo fisica, ma molto più profonda e spirituale tra la presenza del cratere ed il centro  abitato. Le attività degli isolani e la loro stessa vita dipendono dalla presenza di quel cono vulcanico così vicino, ma anche così quieto da oltre un secolo. Salendo, mano a mano che ci si eleva oltre l’abitato, il paesaggio e le sensazioni cambiano notevolmente e tutte le isole si vanno via via svelando allo sguardo. Si scopre un’Isola di Vulcano grande e ricca di vegetazione, con profonde vallate modellate dall’attività esplosiva e distese di profumate ginestre. L’arrivo all’orlo craterico da sempre ed ogni volta ancora di più un turbinio di sensazioni che si rinnovano anche nell’animo di chi come noi, vi si ritrova abitualmente da molti anni. E’ difficile raccontare a parole ciò che si prova ne trovarsi su uno stretto sentiero che da un lato mostra gli ampi e tranquilli orizzonti del mare e delle isole e dall’altro il cuore di una montagna viva che emette fumi, calore e sibili e che costruisce variopinti “ologrammi” di zolfo. La consapevolezza che dal fondo tramonto aperitivo isole eoliedel cratere dove si trova il “tappo” si siano scatenate nel passato le forza di una natura in grado di cambiare le forme del paesaggio, invita al rispetto assoluto e al timore anche per questo luogo che palpita in ogni dove di Vita.

Buon vento……

Isole Eolie l’amore di una vita!

Fuggire… restare per sempre!

Mi piacerebbe riportarvi quello che di queste sette isole sorelle, le isole Eolie, scrive Alberto Santo Bevitore e della passione che lo anima pensando a loro.

“Due temi apparentemente in contrasto, ma nonostante ciò, quando l’editore mi propose di esprimere le mie sensazioni pensai che in fondo in ognuno di noi coesistono sentimenti contrastanti. Spesso mi son detto “Adesso basta, vado via!”. Poi dopo poco tempo ho trovato molte ragioni per rimanere. Mi venne subito in mente il paragone con il paradiso e l’inferno. Tu puoi aprire la porta del paradiso o quella dell’inferno e la dietro troverai, probabilmente, un unico Mondo, la tavolozza di tutti i colori, tutte le sfumature, ogni domanda o risposta, oppure soltanto un riflesso di te stesso. Tra barche a vela ed imbarchi che vengono dal nord, trasportato dai venti, realizzai finalmente il sogno giovanile, desiderato a lungo: vivere su un’isola. Un guasto al motore e poi il grande amore suggellarono il mio destino e così restai. Un piede in mare e l’altro a terra, iniziai ad essere affascinato dall’Arcipelago delle Isole Eolie e dalla sua varietà. Un mare inconoscibile altrove quello delle Eolie non esattamente per incomparabilità di bellezza, ma per la purezza e la selvatichezza del loro essere. La barca a vela durante una crociera per i più fortunati il solo modo per coglierne appieno gli angoli più bui.  A nord Stromboli con l’emozione di essere su un vulcano attivo che ti invita continuamente alla riflessione, a porti delle domande sulla vita e sul tempo. Una salita al cratere che da sola vale un viaggio. I crateri sommitali di un vulcano che “ruggisce” ad ogni ora del giorno, sono meta di un turismo rispettoso che in pochi altri luoghi al Mondo trovi, quasi che a questo essere si dovesse una riverenza pari a quella di un Dio. A sud Gelso con il lieve fruscio dei fasci di canne che si estendono sulle morbide forme del pendio, giù verso il faro; un semicerchio dove gli alberi galleggianti delle barche a vela ormeggiate alla fonda sembrano al calar del sole mille lucciole sospese tra la terra ed il cielo. Ad Ovest Alicudi l’isola degli innamorati e dei post hippies. La grande storia, i venti turbolenti e le rughe sui volti tengono unito questo piccolo mondo isolato dal resto del Mondo più grande. Alla domanda postami da tanti miei amici stranieri, “Qual è la più bella delle sette Isole Eolie?” dopo tanti anni passati qui amandole tutte devo necessariamente dare una risposta. Ma come faccio…se ne nominassi una, le altre si offenderebbero poiché ognuna porta dentro di sé un particolare momento della mia vita che è impresso in questa sabbia nera come indelebile. Quindi rispondo “Tutte, poiché ognuna di esse corrisponde ad un particolare mio stato d’animo”. Non sono dunque soltanto le indimenticabili vedute dei faraglioni, dei coni delle altre isole o dell’Etna all’orizzonte coperto nei mesi invernali di neve.; non è solo il mare blu immenso come un giardino davanti alla porta di casa, nel quale si riflettono migliaia di diamanti; il sole del sud, lo stellato cielo mediterraneo, gli aromi del basilico e della ginestra, il cromatismo della lava e dello zolfo; le tracce delle culture dei popoli che si spinsero su queste isole. Tutto questo lo trovi anche altrove nel mondo, ma vi è qualcosa di magico, di inspiegabile, di incomprensibile che queste isole hanno in sé ed io credo che se ciò si potesse spiegare o comprenderne la magia, avrebbero perso molto del loro fascino.

……Voglio fuggire…voglio restare….

Se solo pensassi agli altri aspetti, ai rapporti con la gente, alle solitudini spirituali, alle difficoltà di collegamento, alle opere incompiute, al clientelismo, ai mille problemi grandi e piccoli che ha una comunità isolana…

Oggi vive del suo patrimonio naturale che reca un turismo a volte deleterio, ma solo a volte…e domani…?

Voglio restare…voglio fuggire…

Io fuggo. No…io resto per sempre!”

Al di là della loro posizione geografica che le vede piantate nel cuore del basso tirreno, le Eolie “esistono” in chiave essenzialmente mitologica. Per gli antichi sicuramente il fatto stesso che i “cocci” di pesanti scogli sfidando le leggi della natura, potessero in qualche modo galleggiare sull’acqua, era argomento degno di interpretazioni divine. Questo concetto spiegherebbe il perché gli dei avessero poggiato i loro calcagni su queste isole adibendole a perenne dimora. Si pensi ad Eolo, a Marte, alla stessa Diana cacciatrice o Nettuno. Dei che proprio qui assaporarono la mistura degli elementi naturali: il fuoco, l’aria, l’acqua. Come dire l’humus del genere umano: ingredienti sostanziali sostanziali per la stessa magia. Storici, poeti, naviganti, sognatori alle Eolie hanno dedicato almeno un verso di accenno e come può essere questo un caso?? In essi, fra questi narratori senza tempo, fu evidente la consapevolezza che le Eolie erano, e sono, sintesi dell’inconscio collettivo. Un inconscio che mira all’immortalità così come immortali sono gli Dei e la storia ed i luoghi di queste isole che rimangono stampati nella memoria del cuore. Accantonato Ulisse che per recuperare il suo “IO”, abbandonato ad Itaca deve, per gli “occhi” di Omero, transitare in queste isole; e superata anche Circe, vestale di Filicudi, laddove le donne oltre a possedere il dono dell’ubiquità usano stipulare un patto con la Luna determinando il sesso del nascituro, la mitologia delle isole Eolie recita financo Atlantide. Quello splendore architettonico e di civiltà progredita scomparve improvvisamente e quasi certamente qui alle Isole Eolie per una catastrofe di dimensioni inimmaginabili. Ma in questo caso Atlantide, sede dell’oblio, potrebbe rappresentare una proiezione collettiva ancestrale: nessuno sinora è riuscito a documentare la sua esistenza se non nel bisogno di perfezione e dominio. Eppure studi condotti pochi anni addietro da un ricercatore russo, prevederebbero che, se Atlantide, esiste,  sarebbe scomparsa, inghiottita dal mare scavato da esplosioni crateriche, proprio nelle Eolie. In un triangolo, alla base della piattaforma di settanta chilometri quadrati tra Lipari, Salina e Panarea, sarebbero evidenti i resti di quel cataclisma. Teoria fantastica? Possibile! Ed è anche fuori dubbio che un continente, pue se minuscolo come Atlantide, inabissandosi da un alba all’altra senza lasciare alcuna traccia, debba essere scomparso dove “terra trema piegata da viscere infiammate restituite poi agli abissi di pioggia salata…” Siamo alle isole Eolie allora, non ci sarebbe più alcun dubbio …o almeno a noi appassionati di queste sette meraviglie piace pensare così.

Lipari la sorella maggiore.

Lipari, storia e tradizioni profonde.

Lipari la più grande e popolosa isola dell’arcipelago. La sua cittadina si estende ai piedi della imponente rocca del Castello, l’antica acropoli greca, e lungo le insenature, o nord e a sud, di Marina Corta e di Marina Lunga. Le abitazioni si arrampicano fin sotto i bastioni e la via Garibaldi ne segue l’andamento circolare, da Piazza Mazzini alla deliziosa Marina Corta.

A Marina Lunga, nel porto di Sottomonastero, approdano le navi e gli aliscafi. Lipari o Meligunis, come veniva chiamata dai Greci per il suo dolce clima, sorprende per la varietà dei paesaggi, dovuti alla complessità geologica del territorio. Ben dodici vulcani hanno modellato, nei millenni, l’isola. La sua natura vulcanica è evidente nella Valle Muria, dalle rocce rosse, e nella costa nord orientale, coperta da una vasta colata di pomice che nasconde rovine romane del IV secolo D.C. Su questa vasta montagna bianca si intersecano tre colate di Ossidiana della Forgia Vecchia, delle Rocche Rosse e quella più antica a Nord di Canneto. Pomice e Ossidiana, il bianco e il nero. Sono entrambe vetrose e costituite da silicio, ma diversi sono i pesi specifici, la modalità con cui è avvenuta l’eruzione ed il raffreddamento del magma. Le lamine e le punte, prodotte con la preziosa ossidiana, hanno determinato, prima dell’età del bronzo, la ricchezza di Lipari, in quanto merce di scambio con i popoli che ne erano privi. Oggi i giacimenti di pomice si estendono per otto chilometri quadri e sino a 30 anni fa sono stati la seconda risorsa dell’isola, dopo il turismo.

Alla scoperta della cittadina

Tornando a parlare del paese, il centro di Lipari Corso Vittorio Emanuele, il vecchio decumano romano, che è ancora oggi la via principale. Percorrendolo nei mesi estivi è sempre molto animato e c’è un via vai di turisti e liparoti. Si fanno acquisti o si consuma lentamente il rito del passeggio serale.

E’ tutto un susseguirsi di negozi, agenzie e ritrovi. Tra le tante cose che attirano l’attenzione, Malvasia e Capperi  sono gli acquisti più comuni e si possono reperire un po’ ovunque. E’ tuttavia difficile trovare una buona bottiglia di Malvasia perché la domanda supera di gran lunga la produzione.

Il Castello

La prima meta del nostro itinerario è visibile da ogni parte della cittadina perché la sovrasta con le sue poderose mura cinquecentesche.

E’ la fortezza naturale della rocca del Castello, una struttura geologica di natura vulcanica, che domina i due approdi dell’isola ed è stata quasi ininterrottamente abitata per seimila anni.

Ogni età ha sovrapposto le sue testimonianze:   dal neolitico sino all’Acropoli Greca, alla città Romana, a quella Normanna sino alle attuali fortificazioni della città spagnola che nascondono i resti delle cinte precedenti. All’interno delle mura vi sono ben sei Chiese da visitare.

All’interno vi è anche un Museo Archeologico creato nel 1954 da Luigi Barnabò Brea, espone organicamente in diversi edifici, sul Castello di Lipari. Vi sono complessi di reperti provenienti dagli scavi intensamente condotti dal fondatore e studioso, da tutto l’Arcipelago Eoliano.

L’esposizione, pur nel rigore scientifico, è improntata, secondo la limpida concezione didattica dei suoi creatori con criteri  chiaramente illustrativi che rendono la visita piacevole anche a chi non è esperto di archeologia.

 

Passeggiate sull’Isola di Lipari

Fino al 1930 tutta l’isola era percorsa da sentieri che servivano ai contadini per recarsi ai campi o ai lavoratori della pomice per raggiungere le cave.

Poi, l’abbandono delle coltivazioni, per emigrare in terre lontane o dedicarsi al nascere del turismo, ha portato, in parte, a farne perdere le tracce sotto una rigogliosa vegetazione.

Ginestra, Erica, Oleandro, Rosmarino, Cappero e Mirto colorano e profumano tutta l’isola. Passeggiate senza fretta in questa natura incontaminata e selvaggia, riteniamo sia l’esperienza più bella che l’isola possa offrire.

L’isola ha una buona rete di trasporti pubblici, le fermate grazie ai cortesissimi conducenti, sono anche personalizzate e rendono molto agevoli le escursioni. Il Capo Linea si trova a Marina Lunga  alla fine del Corso Vittorio Emanuele, anche se gli autobus è possibile prenderli anche a Marina Corta.

 

Dopo Cena

L’isola di notte si anima ancora di più perché tutti, dopo una giornata di mare e sole, affolano il corso e Marina Corta. Qua ci si da appuntamento per decidere la serata. Tante sono le alternative e svariati ritrovi.

Segnaliamo, in Vicolo Silenunte il Ristorante La Kasbha un raffinato giardino dove si possono assaggiare dei piatti siciliani, elaborati con cucina moderna, ma con prodotti naturalmente locali.

Naturalmente anche da Il Filippino il più noto tra i ristoranti di Lipari fondato nel 1910, ricordato per la grande vasca delle aragoste, tra le tante ricette segnaliamo i ravioloni ed il carpaccio di pesce insieme alla eccellenti crudità, mentre per il pesce cucinato lo scorfano “a ghiotta”.

raya a panarea aperitivo alle e olieLocali dove si può fare tardi ascoltando musica dal vivo, e dove si balla praticamente in strada, come L’Approdo Wine Bar, il Chitarra Bar, oppure la discoteca all’aperto sul mare a Canneto il Sea Light o il Turmalin in Piazza Municipio.

Per chi non vuole perdere niente, in collina si possono raggiungere, anche facendosi venire a prendere dalle navette messe a disposizione dai locali stessi, un paio di agriturismi come Le Macine a Pianoconte, dove si può degustare piatti come ravioli di cernia, insalata di radicchio, pesce agli agrumi, e per finire dolci e rosolio della casa. Altro incantevole posto a Quattropani  Agriturismo A Mensa Quartara si trova in piena campagna e tra i suoi piatti caratteristici si annoverano “Pasta di Ziti”  e coniglio in agrodolce.

Il Santo Patrono festa di Lipari

San Bartolomeo Apostolo presente a Lipari già nel VI secolo, una tradizione relativa all’approdo del Sacro Corpo. C’era infatti un gran tempio elevato in onore del Protettore e c’era pure un gran movimento di pellegrini forestieri, che qui venivano a sperimentare “le Virtù” e “le Grazie” di quelle spoglie taumaturgiche, ma dire che la devozione di San Bartolomeo e questa forma di primitivo turismo risalissero all’anno 264, come vuole la tradizione locale, sarebbe forse azzardato. Tuttavia rimane un fatto incontestabile che le cose di Lipari stavano proprio così da molto tempo, assai prima che ne facesse menzione l’antico scrittore francese.

Salina, l’Isola del mare da amare….

Salina, l’isola del mare da amare

Salina ha in serbo tante sorprese, tanti doni per chiunque si ponga con lei in un rapporto di sincera sintonia. Ne fu immancabilmente affascinato Massimo Troisi che girò qui il suo ultimo film, Il Postino. Non mondanità e luci di riflettori che si accendono solo quindici giorni l’anno ad uso e consumo di frettolosi turisti, ma isola viva che coltiva ancora i suoi campi ed incrementa la sua produzione di malvasia. Nel mondo questo nettare degli dei è conosciuto come “Malvasia  delle Lipari” e viene si prodotto nelle isole Lipari, ma principalmente a Malfa, Salina. I capperi sono un simbolo delle isole Eolie, ma solo qui ve ne sono vaste e fiorenti coltivazioni. Isola viva che ha saputo promuovere e far istituire la riserva naturale che protegge i due vulcani spenti ed ammantati di una fitta vegetazione: Fossa delle Felci e Monte Porri. I Greci la chiamavano Dydime ( Gemelli)per la presenza di questi particolari rilievi vulcanici, separati dall’Altopiano di Valdichiesa che contraddistinguono l’isola. L’attuale nome deriva invece dalla salina, oggi laghetto salmastro che si protende vicino alla costa verso le lipari. Il sale qui prodotto era indispensabile e veniva utilizzato per conservare il pesce ed i capperi. Tre pinacoteche e tre musei in un’isola così piccola sorprendono solo chi non conosce la storia e le vicende di Salina, la grande delle Isole Eolie. L’intraprendenza e la laboriosità hanno sempre contraddistinto i suoi abitanti tanto è vero che a fine ‘800 la sua flotta mercantile contava 150 velieri. Coloro che giungono a Santa Marina notano subito i caratteristici campanili delle settecentesca chiesa. A monte di Santa Marina un sentiero si inerpica dal Serro dell’Acqua sino alle grotte scavate nel tufo. Ve ne sono alcune con più ambienti di comunicazione tra di loro. È una gita piacevole tra ulivi e frutteti che ci porterà a scoprire, dopo una rapida salita che alcuni di questi rifugi sono ancora abitati. Due chilometri verso sud e si raggiunge Lingua. Piccolo borgo di pescatori che offre un’ospitalità semplice ed autentica. Sicuramente da visitare il museo etnologico posto nelle vicinanze del lago di Lingua. Da non perdere le ottime granite ed il “pane cunzatu” di Alfredo. Prima di giungere a Lingua si può osservare un ponte del settecento nel vallone Zappini a pochi metri dal mare. Si tratta di parte dell’antica strada in pietra, non più utilizzata, che alcuni salinoti hanno riportato alla luce. E’ pittoresco il laghetto di lingua con il suo faro. Siamo sull’isola più verde dell’arcipelago e per gli amanti delle passeggiate e del trekking consigliamo di trascorrere una giornata sul monte Fossa delle Felci per ammirare dal tetto di Salina tutte le altre isole e persino l’Etna. Da questa piccola comunità composita di inizio ‘700 e priva di comuni tradizioni ci si sarebbe potuti aspettare una costante dipendenza dall’isola maggiore posta a poche braccia di mare ed economicamente strutturata da secoli. E certamente la vita di Salina rimane legata a quella di Lipari per molti aspetti e per molto tempo. Alle soglie do XIX sec. si realizzano improvvisamente le condizioni che permettono alla nuova comunità di affrancare l’economia locale dalla strozzatura operata dai commercianti di Lipari. E’ l’improvvisa crescita della domanda di Malvasia nel primo decennio dell’800 che permette ai salinari l’accumulo degli strumenti necessari per l’agognato salto di qualità nei rapporti di scambio. Tali investimenti permettono a Salina di sfruttare al massimo le potenzialità produttive della loro “fertilissima terra”. Agli arbori della nuova era gli eoliani, decimati da novant’anni di emigrazione, non hanno strumenti culturali sufficienti per affrontare i problemi creati da quella tumultuosa risorsa che è il turismo. Appena giungono i primi disastri ambientali però c’è chi si rende conto che l’industria dell’ospitalità ha bisogno di seguire la medesima regola praticata dagli illuminati mercanti di un tempo, cioè di non disperdere il patrimonio e creare lavoro e ricchezza diffusa con le imprese familiari. Ed è su questa strada che oggi, giustamente, molti si incamminano. C’è tuttavia il pericolo di pensare al turismo come ad una monocultura dimenticando che anni orsono la rovina è giunta per avere puntato tutto su una sola risorsa, la vite. Per questa ragione appare oggi più che mai necessario affiancare ad una corretta industria dell’ospitalità il potenziamento dell’agricoltura pregiata ( malvasia e capperi) che seppure ancor vitale, subisce i contraccolpi della mancanza di una seria programmazione commerciale

Emozioni nel vento…

I miei primi 7 anni di charter. La barca a vela come “terapia”.

Conoscere “Margò”, un Sun Odyssey 51, cantieri Beneteau, ormeggiata al molo dello Yatching Club di Livorno, è stato lo “scatto” più fortunato della mia Nikon. Lei, con le sue lenti, l’ha messa a fuoco subito quella barca…le cime, il pulpito di prua, la randa che sbucava piccina dall’avvolgitore dell’albero, la trinchetta blu avvolta a prua e il teak inumidito da quella pioggia di inizio dicembre. A me invece m’è servito un mese per inquadrarla Margò. Perchè in fin dei conti è una “donna” anche una barca. E io con le donne non c’ho mai avuto un gran rapporto.

Dello skipper neanche l’ombra. E poi a quel tempo io cos’era uno skipper neanche lo sapevo. Correva l’anno 2011 e io frequentavo molto di più le aule dei tribubali che non il mare. Poi lui, lo skipper intendo, sarebbe diventato mio marito…ma questa è un altra storia! 😀

L’impatto visivo, tattile, emozionale con la barca a vela è stato tremendo. Il mal di mare, la nausea ingigantita dal rollare dello scafo e la mancanza di punti fermi intorno a me navigando verso la Capraia mi fecero promettere che a casa, a Livorno, ci sarei ritornata col traghetto e che su quella “sbruffona” di Margò non ci avrei messo più piede. A due ore dall’arrivo sulla terra ferma nel minuscolo porticciolo, lei aveva già fatto quello che doveva ed io ero stesa comoda sulla tuga di prua, mezza addormentata dal sole e dalla lieve brezza.

Dalle barche a vela non sono più scesa. Non che lo skipper fosse intenzionato a farmi scendere, ma anche questa è un’altra storia! 😁 Perché non sono stata io a scegliere questo “imbarco”, ma è stato il charter a scegliere me. E da quel giorno di marzo, prima con Margò, poi con Margaux…e via con Nikita e Pegaso io al vento mi ci sono affezionata tanto da non poter più vivere senza.

Perchè per me e per tutti quelli che l’hanno scelta, o per amore, o per vacanza, o per sport, la barca a vela è stata una terapia, un percorso, un viaggio nel mio mondo ed in quello delle persone che ho incontrato in questi anni. Un viaggio che continua anche oggi e che ufficialmente comincia per me nelle vesti di marinaio con la Traversata Altantica Livorno- Caraibi del 2011. 17 giorni ininterrotti di solo mare, di fatiche, di litigi, di emozioni mai provate, di sana stanchezza, di voglie matte da controllare, di ansie, di soddisfazioni incredibili, di punti nave e di scuola vela di quella dura dove lo skipper non ti fa sconti anche se si chiama Davide e tu lo conosci bene. Ho lavorato come non avevo mai lavorato prima, ho obbedito agli ordini come il mio caratteraccio non mi aveva mai fatto fare prima, mi sono confrontata con persone che di cose nella vita ne avevano fatte e tante. Ed ho imparato a tenere la testa bassa dopo un rimprovero e mille cazzate fatte…al timone, in cucina, in manovra. Perché il mare, mi dicevano, non perdona e se lo fa una volta…la seconda di sicuro non lo farà. Non ho ancora imparato tutto e non imparerò mai tutto. Perchè la barca a vela è soprattutto questo. Continua aspirazione.

È una passione che è diventata un lavoro. E un lavoro che è diventato la mia vita. E tutti coloro che in questi sette anni ho conosciuto come clienti e lasciato come amici, ognuno di loro lo ha capito perché la barca a vela ed il mare sono una terapia d’urto per tutto. Non serve nascondersi, non servono presentazioni, non servono “personaggi ” da incarnare….tutto diventa semplice a piedi nudi e senza trucco. Esiste la persona. Solo quella.

Tutti dovrebbero sapere cosa vuol dire navigare. Nessuno sbarca senza lasciarci cuore e nostalgia.

Buon vento a tutti!! E che la stagione 2018 abbia inizio!