Economia delle Isole Eolie

Lo sviluppo delle Isole Eolie

Poche parole bastano a trasmettere il forte richiamo delle Isole Eolie, ieri come oggi grandi viaggiatori famosi quali Dumas, Houel, Guy De Maupassant, De Dolomieu, e l’Arciduca Luigi Salvatore D’Austria, hanno visitato luoghi e studiato l’economia locale, le tradizioni ed i costumi dandone un resoconto puntuale in opere anche importanti come quella dell’Arciduca D’Austria.

Le Eolie sono Isole Vulcaniche nate dalla presenza attiva dei quatto elementi, aria, acqua, terra e fuoco. Emersero dal mare durante il pleistocene e da allora hanno più volte preso e mutato forma. 

Filicudi remota

Le Eolie, intorno al 1880, vivono un momento di grande sviluppo economico e demografico. Agricoltura e pesca tradizionalmente assorbono gran parte della manodopera, ciononostante le flotte mercantili di Lipari, contano più di 200 legni tra “Paranzieddi”, “Bovi”, “Marticane”,  e “Briantini” assicurando i collegamenti con Napoli, Milazzo, Reggio Calabria e Capo D’Orlando. E’ il successo della Malvasia che traina il commercio di tutti gli altri prodotti locali, in special modo i capperi richiesti in tutto il Mediterraneo.

A Lipari inizia l’attività di escavazione della pomice e a Vulcano si intensifica quella dell’allume e dello zolfo. Pochi anni dopo però un micidiale parassita la “Fillossera” distrugge i vitigni che producono uva da Malvasia, le aziende che producevano questo passito falliscono, ed in più la ferrovia che viene costruita tra Napoli e Reggio Calabria toglie il monopolio dei trasporti marittimi alle Isole Eolie.

Corsi e ricorsi storici: si ripete il declino economico delle Eolie come avvenne millenni prima quando, l’ossidiana qui prodotta, fu sostituita dal bronzo. Cominciano i flussi migratori verso paesi esteri lontani, che in decenni decimarono la popolazione eoliana.

A Panarea la popolazione si riduce da più mille persone a trecento abitanti, a Lipari da dodicimila e ottomila, a Salina da novemila a quattromila, a Stromboli da cinquemila a quattrocento, ad Alicudi da milleduecento a centocinquanta, a Filicudi il fenomeno incide più che su ogni altra isola da duemilacinquecento a duecento.

Vista del Museo Archeologico, Eolie.

Nel secondo dopoguerra, pur in una situazione precaria si cerca di aiutare l’agricoltura, con la costruzione di bacini per il contenimento di acqua per combattere i periodi di siccità e di incrementare la flotta dei pescherecci che diventa la seconda potenza in Sicilia. Per chi rimane si intravedono nuove possibilità di lavoro con il nascere del turismo che, incuriosito da film che hanno avuto grande risonanza (Stromboli con Ingrid Bergman e Vulcano con Anna Magnani), scopre il fascino di queste isole vulcaniche e selvagge. Vengono alla luce importanti ritrovamenti archeologici, e grazie alla volontà ed al coraggio del Professor Bernabò Brea e della Signora Cavalier, si avvia la realizzazione del Museo Eoliano: un vanto per tutti gli Eoliani perché i reperti sottomarini, i vasi di ceramica, i monili, i sarcofaghi, le maschere testimoniano l’importanza svolta per millenni dalle Eolie nel Mediterraneo.

Cave della Pomice, Lipari.

Riprende l’estrazione della pomice che negli anni 70 occupa circa duecento addetti. Il turismo contribuisce a migliorare l’economia, nascono i primi alberghi e ristoranti e si restaurano le case da affittare in estate. I turisti italiani acquistano spesso a basso prezzo, terreni e case lasciate dagli emigranti, ristrutturando le abitazioni come residenze di villeggiatura. Negli anni 70/80 pur in presenza di notevoli risorse finanziarie, talvolta frutto di clientelismo, si ha una incapacità di progettazione ed interventi pubblici per lo sviluppo del turismo. Si accoglia la contingenza economica positiva e ci si accontenta, supponendo che il trend non finirà più.

Così si arriva ai nostri giorni ed alla riduzione di risorse pubbliche si accompagnano gravi squilibri economici. Le analisi e le preoccupazioni per l’attuale situazione economica sono affiancate dai tentativi e dai progetti per assicurare sviluppo alle nostre isole. In sintesi l’adozione di un “piano paesistico” quale strumento di programmazione territoriale, lo sviluppo di nuove attività produttive, con investimenti nella maricultura (allevamento di pesce marino in vasche direttamente  a mare) e lo svolgimento di corsi di formazione a Lipari per tecnici di impianti di maricultura per avviare i giovani a questo nuovo modo di attività produttiva, i progetti di altri corsi per i servi portuali, sono alcune delle iniziative intraprese.

Ritrovamento di Anfore Anmtiche.
Museo di Lipari.

Nel settore agricolo, con l’intervento delle risorse comunitarie, sono stati redatti progetti per recuperare e rilanciare prodotti tipici eoliani come Malvasia, Capperi, e uva passa e per creare un centro servizi promotore del turismo nelle isole minori della Sicilia.

L’impegno è svolto nel creare la prima cantina sperimentale delle Eolie ed a incrementare il turismo termale, naturalistico e culturale.

“(Appresso a l’Insula de Liparj per ponente un miglio vi è un’altra insula chiamata le Saline dove sono bellissime vigne non da uve per far vino ma sollo da far zibibbi, dove se ne fan en grandissima quantità, de li quali li mercanti ne portano sino a Costantinopoli)” Chi scrive è l’abate Gerolamo Maurando che, giunto nell’arcipelago a seguito del pirata Ariadeno Barbarossa nell’estate del 1544 ci da preziosissima testimonianza di una florida attività economica a Salina, probabilmente sin dal basso Medioevo.

Museo Archeologico Isola di Lipari.

Si è iniziato a dare una nuova immagine alle Eolie con la manifestazione culturale del Constitum, ovvero la celebrazione dei  novecento anni dalla nascita “Communitas Eoliana” che ha richiamato l’attenzione nazionale ed internazionale sulle Isole Eolie.

Si investe oggi guardando al domani, per rendere più accoglienti le nostre isole e migliorarne le condizioni di vivibilità, per creare sviluppo affinché nessuno sia più costretto ad abbandonare la propria terra.

“Cercavamo un posto dove  vivere una vita tranquilla, lontana dal caos, dalle sirene impazzite, dalle auto in coda, dagli assalti ai semafori, dalla gente inferocita. Cercavamo un posto diove poter sorridere al nostro prossimo anziché averne paura, senza dover duellare per avere un parcheggio, un luogo dove la nostra casa continuasse dopo il cancello. E cercavamo il mare, il solo, il profumo, il silenzio. Tutto questo per continuare ad essere noi stessi. Siamo allora partiti per paesi lontani. Abbiamo visto, provato ed alla fine il nostro esotismo si è realizzato, indovinate un po’… dietro l’angolo di casa a Filicudi, piccola magica isola, nell’Arcipelago delle Eolie. E qui viviamo e vogliamo offrire a chi ha i nostri stessi desideri la possibilità di vivere questa atmosfera” (Gisella e Aldo Ardizzone).

Dumas e le Isole Eolie

Filicudi Isole Eolie
Eolie di Dumas

Gli uomini dell’equipaggio, abituati com’erano a quello spettacolo, ci chiesero se avevamo bisogno di qualcosa, ma alla nostra risposta negativa scesero sotto coperta senza che i bagliori che illuminavano l’aria a giorno o le esplosioni che le facevano vibrare riuscissero a distrarli dal proprio sonno. Rimanemmo sul ponte fino alle due del mattino fino a che stremati dalla fatica e dal sonno, ci decidemmo ad andare in cabina. Quanto a Milord nulla riuscì ad indurlo a fare altrettanto e rimase tutta la notte sul ponte della barca a vela a ringhiare ed abbaiare contro la voce tumultuosa del vulcano. La notte restante passo lenta, lo scafo dell’imbarcazione rollava al passare delle tonnare che all’alba si avviavano verso la giornata consueta di pesca. L’indomani ci svegliammo non appena la barca a vela iniziò a muoversi: alla luce del giorno la montagna aveva perso parte della sua fantasmagoria, ma la maschera che portava di giorno e che riusciva a distoglierti dalle sensazione notturne era tutt’altro che dimessa. L’imponenza era la stessa. Si udivamo sempre le esplosioni, ma la fiamma non era più visibile e quella lava, ruscello incandescente di notte, di giorno si confondeva con quella cenere rossastra sulla quale scorreva. Dieci minuti dopo eravamo nuovamente davanti al porto e questa volta non ci fecero alcuna difficoltà per entrare. Pietro e Giovanni scesero con noi e ci fecero presente che volevano accompagnarci nella nostra ascensione. Entrammo non in un albergo poichè a Stromboli ed in gran parte delle isole eolie tutte non ne esistono, ma in una casa i cui proprietari erano lontani parenti del nostro capitano. Non essendo prudente e neanche salutare metterci in cammino a stomaco vuoto, Giovanni chiese ai nostri ospiti il permesso di fare colazione da loro, mentre Pietro andava a cercare delle guide. Non solo accettarono la proposta con la stessa cortesia che caratterizza gli isolani, ma ancora meglio il padrone di casa uscì ed entrò un attimo dopo con la più bella uva ed i più squisiti fichi d’india che avremmo mai potuto mangiare.

Eolie Antiche
Eolie antiche…

Appena finimmo la nostra colazione, Pietro arrivò con due strombolani che per mezza piastra ciascuno, si erano offerti di farci da guide. Erano poco più delle otto del mattino e ci mettemmo subito in marcia per evitare di compiere l’ascensione durante le ore più calde. La vetta imponente dello Stromboli si trovava più o meno a mille, millecinquecento piedi sul livello del mare, ma la sua pendenza è talmente erta che non si può evitare di compiere la salita senza deviazioni e pertanto dovemmo continuamente zizzagare. Da principio, all’uscita del borgo marinaro, il sentiero si presentava agevole; saliva in mezzo a delle vigne cariche di uva che costituisce a quanto capimmo il principale commercio dell’isola e dalle quali i grappoli pendevano in abbondanza tale che ognuno ne prendeva a piacimento senza doverne chiedere il permesso al proprietario. Ma una volta superati i vigneti non trovammo più nessun sentiero e dovemmo avventurarci cercando il passaggio migliore per risalire e le chine per noi meno scoscese. Malgrado tutte queste precauzioni ci fu un momento in cui dovemmo salire a carponi e la cosa non fu facile tale che pensammo anche di dover desistere dall’impresa. Ma salire non era niente giacchè superato quel punto riconosco che non appena mi rigirai e lo vidi inclinato quasi a picco sul mare chiese pieno di terrore come avremmo fatto per scendere. Le nostre guide ci dissero però che la discesa l’avremmo effettuata da un altro sentiero e ciò mi tranquillizzò un po’.Coloro che, come me, sfortunatamente soffrono di vertigini non appena vedono il vuoto sotto i loro piedi, mi potranno capire ma soprattutto comprenderanno l’importanza che io attribuivo al problema della discesa.  Superato quel dirupo per circa un quarto d’ora la salita divenne più agevole; ben presto però arrivammo ad u punto in cui la salita parve insormontabile. Era una cresta perfettamente aguzza che formava l’orifizio del primo vulcano e che da un lato si stagliava a picco dal cratere e dall’altro scendeva al mare con una china talmente erta che, da una parte mi sembrava di dover precipitare, e dall’altra di dover rotolare giù dall’alto in basso. Lo stesso Jadin che solitamente si arrampicava in ogni dove come un camoscio senza mai preoccuparsi delle asperità del terreno arrivò in quel punto e si fermò di botto guardandomi come a chiedermi se fosse possibile evitarlo. Come avevamo ben immaginato era impossibile.

Isole Vulcaniche
I vulcani delle Eolie

Dovemmo rassegnarci. Per fortuna il pendio di cui dicevo era composto da cenere nella quale ci si sprofondava fino alle ginocchia e che, nonostante fosse friabile, opponeva una certa resistenza. Iniziammo ad avventurarci su per quel percorso ove un equilibrista avrebbe senz’altro chiesto il suo bilanciere, ma con l’aiuto dei nostri marinai e delle guide riuscimmo a superarlo senza incidenti. Voltandoci indietro vedemmo Milord che se ne stava dall’altra parte non per vertigini ne per il timore di cadere in mare o nel vulcano ma perchè aveva messo una zampa nella cenere per lui troppo calda e ci pensò due volte prima di procedere. Ma quando ci vide andare avanti si fece coraggio come noi, attraversò quel punto al galoppo e ci raggiunse visibilmente agitato per ciò che gli sarebbe successo in seguito.  Almeno per il momento le cose andarono meglio di come pensassimo; non dovemmo fare altro che scendere per un pendio assai dolce e così nel giro di dieci minuti arrivammo ad una piana che domina il vero cratere del vulcano e le isole eolie tutte dall’alto della sua maestosa cima. Giunti a questo punto assistemmo a tutte le sue evoluzioni a anche se lo avesse voluto a quel punto non avrebbe avuto nessun segreto per noi. Il  cratere dello Stromboli ha la forma di un grosso imbuto in fondo ed in mezzo al quale c’è un orifizio attraverso cui un uomo entrerebbe a malapena e che comunica con il camino interno del vulcano.

La metà di un cratere estinto...
La metà del vecchio cratere…

E’ questa fenditura che simile alla bocca di un cannone lancia una pioggia di proiettili che ricadendo nel cratere trasportano con sé pietre cenere e lava che ostruiscono questa specie di imbuto. Il vulcano sembra allora raccogliere le forze per alcuni minuti, compresso com’è dalla chiusura della sua valvola; ma nel giro di un attimo la sua fumata trepida come se fosse ansimante e si de scorrere nei fianchi incavati della montagna un sordo boato. Infine la cannonata esplode di nuovo, scagliando a duecento piedi sopra la vetta più elevata i nuovi sassi e la nuova lava che, ricadendo e ricostituendo la bocca del condotto eruttivo, prepareranno una nuova eruzione  [to  be continued ]

Viaggio nelle Isole Eolie, Parte II

Dattilo verso Stromboli

“ Mano a mano che ci avvicinavamo e che la barca a vela bordeggiava verso la nuova isola, Stromboli era sempre più distinta attraverso quell’aria tersa della fumata e, ad intervalli di un quarto d’ora, la fiamma spuntava al di sopra del cono vulcanico facendo irrimediabilmente tremare in ogni dove tutto intorno. Nel corso della giornata questa lingua di fuoco sembra non esistere, smarrita com’è nella luce del sole. Avvicinandosi da Panarea a vele spiegate, il cono perfetto dello Stromboli si staglia possente davanti a noi e le colate laviche alle pendici di esso si trasformano in ciottolame di varia misura a formare piccoli lembi di spiaggia nerissima che sembra ribollire del calore del magma che fu. Appena scende la sera su quest’isola e se si ha la fortuna di trascorrere la notte a bordo, in rada, dando ancora magari davanti al paesello di San Vincenzo ed appena l’Oriente inizia a scurirsi, questa fiamma diventa visibile e la si vede proiettarsi in mezzo alla fumata, colorandola per poi ricadere in una colata lavica dapprima rossa e spumeggiante e poi presso ossidata dall’aria scura e durissima verso il mare.

Raggiungemmo Stromboli verso le sette di sera. Sfortunatamente il porto si trova a levante e noi provenivamo da Occidente, così che fummo costretti a costeggiare tutta l’isola quasi facendone involontariamente il periplo. La barca a vela, ormai solo a remi poiché sottovento, passò davanti ad una ripida scarpata da dove la lava scendeva fino al mare. La montagna, la cui vetta ha un diametro largo quasi venti passi mentre la sua base ne misura centocinquanta, in quel punto è coperta di cenere e tutta la vegetazione è ovviamente bruciata anche se poi gli abitanti dell’isola mi diranno che, questa lava è un ottimo fertilizzante naturale e che presto la vegetazione torna a fiorire noncurante delle nuove colate che presto la raggiungeranno. Le previsioni del capitano risultano essere esatte: arrivammo mezz’ora dopo la chiusura del porto e ahimè tutto ciò che potemmo dire per farlo riaprire furono inutili parole. Ciononostante tutti gli abitanti di Stromboli, donne, bambini e pescatori erano accorsi sulla spiaggia. La nostra barca a vela faceva scalo in quel porto assiduamente ed i nostri marinai erano ben conosciuti in quell’isola: ogni autunno facevano quattro o cinque viaggi per caricare uva passa da portare sul continente. Nel corso dell’anno tornavano altre due o tre volte più che sufficienti per stabilire rapporti di varia natura sia amicali che economici. Appena fummo a portata di voce tra i nostri uomini  egli abitanti dello Stromboli si intrecciarono conversazioni del tutto particolari, scandite da domande e risposte in dialetto stretto che avremmo fatto fatica anche solo a ripetere e quindi per noi totalmente incomprensibili. Capivamo soltanto dal tono della voce che si doveva trattare di conversazioni amichevoli: Pietro, uno dei nostri marinai sembrava anzi dovere intrattenere rapporti ancora più affettuosi con una ragazza del posto che non pareva assolutamente preoccupata di dover celare i sentimenti di pieno affetto che nutriva per lui. Infine l’idillio si animò a tal punto che Pietro iniziò a dondolarsi dapprima su una gamba poi sull’altra, fece due o tre salti preparatori e sul ritornello intonato da Antonio iniziò a ballare la tarantella.

Osservatorio di Stromboli

La giovane strombolana per non sembrare scortese si mise a sua vota a danzare. Questa giga  a distanza durò fino a quando i due ballerini caddero sfiniti uno sul ponte della barca a vela a l’altra sulla spiaggia era il momento che aspettavo per chiedere al capitano ove contasse di farci passare la notte; ci ripose che era a nostra disposizione e che non dovevamo fare altro che ordinare. Lo pregai allora di ancorare di fronte al vulcano, per non perderci nulla delle sue evoluzioni notturne. Bastò una parola del capitano e tutti interruppero le loro conversazioni per riprendere i remi in mano ed avviarci verso la rada che ci avrebbe accolto per la notte. Dieci minuti dopo eravamo ancorati a sessanta passi davanti al lato settentrionale della montagna. Era proprio nello Stromboli a parer mio che Eolo teneva incatenati “lucentes ventos temoestasques sonoras”. Senza dubbio ai tempi del cantore di Enea e quando Stromboli si chiamava Strongyle l’isola non era ancora nota per quello che è e stava preparando nelle sue cavità quelle periodiche ed infuocate eruzioni e colate laviche che ne fanno il vulcano più gentile ma anche più attivo della terra tanto da sembrarci un compagno che scandisce ogni nostro movimento ed il tempo attorno a noi. Con Iddu infatti si sa sempre a cosa si va incontro: non è come il Vesuvio o l’Etna che, per una misera eruzione fanno attendere il viaggiatore due tre cinque anni talvolta. Mi si potrebbe rispondere che ciò dipende dalla gerarchia che essi occupano tra i vulcani, gerarchia che permette loro di essere aristocratici a loro svantaggio ed è vero. Ma occorre essere grati allo Stromboli per non avere abusato neanche una sola volta della sua posizione sociale e di avere capito che sarebbe stato solo un vulcano tascabile al quale nessuno avrebbe prestato attenzione se si fosse dato troppe arie. Quanto gli manca di qualità,

Fico Grande

Stromboli lo guadagna in quantità. E così per fortuna non fece attendere neanche noi: dopo appena cinque minuti di attesa sentimmo un cupo boato seguito da un’esplosione, simile ad uno scoppio di venti colpi d’artiglieria che rischiarò il cielo. La barca, il ponte e tutti noi fummo illuminati a giorno, un lungo getto di fuoco venne proiettato in aria e ricadde in una pioggia di lava: parte di essa ricadde nel cratere stesso mentre l’altra, rotolando giù verso la scarpata, precipitò come un torrente di fuoco e si immerse in mare sbollendo. Dieci minuti dopo lo stesso fenomeno si verificò nuovamente e così, ad intervalli di dieci minuti per tutta la nottata. Riconosco che quella fu una delle notti più singolari della mia vita: Jadin ed io non riuscivamo a staccarci da quello spettacolo, terribile e magnifico al tempo stesso. C’erano delle esplosioni tali che l’aria sembrava esserne tutta scossa l’isola pareva tremare come un bambino spaventato. Questo fuoco d’artificio procurava  solo a Milord uno stato di esaltazione quasi indescrivibile: voleva ad ogni costo tuffarsi in acqua per andare a divorare quella lava incandescente che talora ricadeva a soli dieci passi da noi, simile ad una meteora che si getta in mare….

[to be continued…]

Viaggio nelle Eolie

di Alexndre Dumas

Vicolo di Panarea

…ci svegliammo di fronte a Panarea dove un breve tratto di navigazione in barca a vela, per tutta la notte il vento ci era stato contrario ed i nostri uomini si erano alternati ai remi: ma non avevamo fatto un gran percorso ed eravamo appena a dieci miglia dalle coste di Lipari. Siccome il mare era assolutamente calmo e le condizioni metereologiche favorevoli dissi al capitano di gettare l’ancora, di fare cambusa per la giornata e soprattutto di non dimenticare i miei amati crostacei. Infine scendemmo nel tender prendendo Pietro e Filippo come rematori e gli ordinammo di condurci su uno dei venti o trenta isolotti sparsi nel braccio di mare tra Panarea e Stromboli. Dopo un quarto d’ora di navigazione sbarcammo a Lisca Bianca, la barca a vela alla fonda ed il suo “albero galleggiante” che ondeggiava lievemente ci rassicurava da lontano. Jadin si sedette rimpianse il suo parasole, montò la sua camera bianca e si mise a fare un disegno generale delle isole.  Quanto a me, presi il mio fucile da e seguito da Pietro mi misi in cerca di avventure, che si limitirano all’incontro con due uccelli marini, della specie di Beccaccini che prendemmo entrambi. Era già più di quanto avessi potuto sperare visto che l’isolotto era completamente deserto e con rari ciuffi d’erba in qua e là. Voltandomi si stagliava vicina Panarea con il suo profilo leggermente spiovente e le vele delle barche in navigazione che ne contornivano il profilo. A valle dell’isola pochi e rari i caseggiati dei pescatori. A monte una fitta vegetazione bassa e scura tra me e Panarea poche centinania di metri, ma alla mia vista questi molti isolotti sembravano separarmi da essa come un sentiero di pochi passi. Voltandomi verso nord vedo con sorpresa quella che all’inizio mi parve nebbia. Stordito, aguzzando la vista capisco che all’orizzonte sto guardando lo Stromboli e che quella presunta nebbia altro non è che il misti di fumacchi e lapilli che circondano il cono vulcanico di “Iddù”, così come gli isolani amano chiamarlo.

Rivolgo di nuovo la mia attenzione a ciò che sto facendo e con Pietro, che aveva molta familiarità con tutte queste rocce piccole e grandi, decido di farmi guidare subito all’unica cosa curiosa che esiste sull’isola. Si tratta di una sorgente di gas idrogeno solforoso che si sprigiona dal mare in numerose bolle e che diffonde tutt’intorno quell’odore acre tipico di una cucina malconcia. Pietro ne raccolse per me una cera quantità in una bottiglia di cui si era appositamente munito e che pappò ermeticamente con la promessa di mostrarmi al nostro ritorno in barca a vela, una curiosità. Dopo una sosta di circa un ora a Lisca Bianca ci accorgemmo che la nostra barca si muoveva e si avvicinava a noi.

Panarea vista da Lisca Bianca

Giunse davanti all’isola proprio quando Jadin ultimò il suo disegno; così non dovemmo far altro che salire sul tender e remare per cinque minuti prima di essere nuovamente a bordo. Il capitano aveva seguito le mie disposizioni alla lettera, aveva raccolto così tanti gamberi ed aragoste che non sapevamo più dove mettere i piedi, tanto il ponte ne era pieno. Ordinai di raggrupparli e contarli: ce ne erano quaranta. Rimproverai il capitano e lo accusai di volerci rovinare, ma mi rispose che avrebbe preso per se ciò che non avrei voluto, visto che non si poteva trovare nient’altro ad un prezzo migliore. In effetti a conti fatti, l’importo ammontava ad una cifra così bassa che mi accorsi che aveva acquistato in blocco la pesca di una barca di pescatori dell’isola di Panarea, per due monete al chilo.

La nostra escursione a lisca bianca ci aveva svegliato un feroce appetito; di conseguenza ordinammo a Giovanni di mettere in pentola i sei esemplari più grandi del gruppo, per il pranzo nostro e per quello dell’equipaggio; facemmo poi portare sei bottiglie di vino dalla cambusa in modo che non mancasse nulla al nostro pasto. A fine pranzo Pietro ci allietò con una tarantella ed il lieve ondeggiare della barca al passaggio di altre imbarcazioni a vela ci rilassò quanto bastava per passare un lieto pomeriggio in compagnie nelle acque di questo arcipelago eoliano. Alla vista dei miei due beccaccini, il capitano mi rivelò che l’isola di Basiluzzo brulicava di conigli. Siccome da tempo non facevo una battuta di caccia in piena regola, e nulla ci metteva fretta decidemmo di ancorarci davanti a quest’isola e di mettere piedi a terra per un paio di ore. Il profilo di Basiluzzo, arcigno alla vista come le guglie di una cattedrale gotica incuteva un leggero timore. Fondali profondissimi tutt’intorno non permettevano di ancorare se non lanciando una cima a terra che sola ci dette il modo di sbarcare. Naso all’insù Basiluzzo altissima pareva una costruzione egizia e solo una lunghissimo sentiero conduceva alla piana centrale. Quando vi arrivammo erano quasi le tre, e la rada dove la nostra barca riuscì a trovare collocazione era piuttosto comoda: otto o dieci case coronavano allora la piana dell’isola. Poiché non volevo ledere il diletto dei proprietari, mandai Pietro a domandare loro se mi volessero concedere il permesso di abbattere qualcuno di quei conigli. Mi mandare a dire che erano ben lungi dall’opporsi a quella lodevole intensione: più ne avrei presi più avrei fatto loro un piacere, dato che questi insolenti predatori saccheggiavano impunemente i pochi ortaggi che coltivavano e che, non disponendo di fucili non potevano difendersi da essi. Iniziammo la caccia e fu molto proficua.

Scoglio di Basiluzzo

Esplorammo l’isola da un capo all’altro, c’eravamo accorti di alcune antiche vestige: mi ci accostai ma a colpo d’occhio mi resi conto che erano prive di importanza. Avevamo perduto o meglio guadagnato due ore e se bene si fosse levata una bella brezza di sud est dalla Sicilia probabilmente non saremmo arrivati in tempo al porto di Stromboli per poter scendere a terra.

Spiegammo ugualmente le vele per non avere nulla da rimproverarci e percorremmo quasi sei miglia in due ore; ad un tratto però il vento da sud cadde per lasciare posto al grecale da nord est, e poiché le nostre vele divennero più dannose che utili procedemmo nuovamente a remi. Nell’avvicinarci al vulcano di Stromboli la nebbia intravista prima si rarefaceva pian piano ed il profilo dello Stromboli diveniva sempre più nitido. Dai disegni di Jadin mi accorsi poi che questo poteva essere definito il vulcano per eccellenza, tanto la sua forma conica assomigliava alla perfezione a quello che gli studiosi chiamavano “vulcano”.