Dumas e le Isole Eolie

Filicudi Isole Eolie
Eolie di Dumas

Gli uomini dell’equipaggio, abituati com’erano a quello spettacolo, ci chiesero se avevamo bisogno di qualcosa, ma alla nostra risposta negativa scesero sotto coperta senza che i bagliori che illuminavano l’aria a giorno o le esplosioni che le facevano vibrare riuscissero a distrarli dal proprio sonno. Rimanemmo sul ponte fino alle due del mattino fino a che stremati dalla fatica e dal sonno, ci decidemmo ad andare in cabina. Quanto a Milord nulla riuscì ad indurlo a fare altrettanto e rimase tutta la notte sul ponte della barca a vela a ringhiare ed abbaiare contro la voce tumultuosa del vulcano. La notte restante passo lenta, lo scafo dell’imbarcazione rollava al passare delle tonnare che all’alba si avviavano verso la giornata consueta di pesca. L’indomani ci svegliammo non appena la barca a vela iniziò a muoversi: alla luce del giorno la montagna aveva perso parte della sua fantasmagoria, ma la maschera che portava di giorno e che riusciva a distoglierti dalle sensazione notturne era tutt’altro che dimessa. L’imponenza era la stessa. Si udivamo sempre le esplosioni, ma la fiamma non era più visibile e quella lava, ruscello incandescente di notte, di giorno si confondeva con quella cenere rossastra sulla quale scorreva. Dieci minuti dopo eravamo nuovamente davanti al porto e questa volta non ci fecero alcuna difficoltà per entrare. Pietro e Giovanni scesero con noi e ci fecero presente che volevano accompagnarci nella nostra ascensione. Entrammo non in un albergo poichè a Stromboli ed in gran parte delle isole eolie tutte non ne esistono, ma in una casa i cui proprietari erano lontani parenti del nostro capitano. Non essendo prudente e neanche salutare metterci in cammino a stomaco vuoto, Giovanni chiese ai nostri ospiti il permesso di fare colazione da loro, mentre Pietro andava a cercare delle guide. Non solo accettarono la proposta con la stessa cortesia che caratterizza gli isolani, ma ancora meglio il padrone di casa uscì ed entrò un attimo dopo con la più bella uva ed i più squisiti fichi d’india che avremmo mai potuto mangiare.

Eolie Antiche
Eolie antiche…

Appena finimmo la nostra colazione, Pietro arrivò con due strombolani che per mezza piastra ciascuno, si erano offerti di farci da guide. Erano poco più delle otto del mattino e ci mettemmo subito in marcia per evitare di compiere l’ascensione durante le ore più calde. La vetta imponente dello Stromboli si trovava più o meno a mille, millecinquecento piedi sul livello del mare, ma la sua pendenza è talmente erta che non si può evitare di compiere la salita senza deviazioni e pertanto dovemmo continuamente zizzagare. Da principio, all’uscita del borgo marinaro, il sentiero si presentava agevole; saliva in mezzo a delle vigne cariche di uva che costituisce a quanto capimmo il principale commercio dell’isola e dalle quali i grappoli pendevano in abbondanza tale che ognuno ne prendeva a piacimento senza doverne chiedere il permesso al proprietario. Ma una volta superati i vigneti non trovammo più nessun sentiero e dovemmo avventurarci cercando il passaggio migliore per risalire e le chine per noi meno scoscese. Malgrado tutte queste precauzioni ci fu un momento in cui dovemmo salire a carponi e la cosa non fu facile tale che pensammo anche di dover desistere dall’impresa. Ma salire non era niente giacchè superato quel punto riconosco che non appena mi rigirai e lo vidi inclinato quasi a picco sul mare chiese pieno di terrore come avremmo fatto per scendere. Le nostre guide ci dissero però che la discesa l’avremmo effettuata da un altro sentiero e ciò mi tranquillizzò un po’.Coloro che, come me, sfortunatamente soffrono di vertigini non appena vedono il vuoto sotto i loro piedi, mi potranno capire ma soprattutto comprenderanno l’importanza che io attribuivo al problema della discesa.  Superato quel dirupo per circa un quarto d’ora la salita divenne più agevole; ben presto però arrivammo ad u punto in cui la salita parve insormontabile. Era una cresta perfettamente aguzza che formava l’orifizio del primo vulcano e che da un lato si stagliava a picco dal cratere e dall’altro scendeva al mare con una china talmente erta che, da una parte mi sembrava di dover precipitare, e dall’altra di dover rotolare giù dall’alto in basso. Lo stesso Jadin che solitamente si arrampicava in ogni dove come un camoscio senza mai preoccuparsi delle asperità del terreno arrivò in quel punto e si fermò di botto guardandomi come a chiedermi se fosse possibile evitarlo. Come avevamo ben immaginato era impossibile.

Isole Vulcaniche
I vulcani delle Eolie

Dovemmo rassegnarci. Per fortuna il pendio di cui dicevo era composto da cenere nella quale ci si sprofondava fino alle ginocchia e che, nonostante fosse friabile, opponeva una certa resistenza. Iniziammo ad avventurarci su per quel percorso ove un equilibrista avrebbe senz’altro chiesto il suo bilanciere, ma con l’aiuto dei nostri marinai e delle guide riuscimmo a superarlo senza incidenti. Voltandoci indietro vedemmo Milord che se ne stava dall’altra parte non per vertigini ne per il timore di cadere in mare o nel vulcano ma perchè aveva messo una zampa nella cenere per lui troppo calda e ci pensò due volte prima di procedere. Ma quando ci vide andare avanti si fece coraggio come noi, attraversò quel punto al galoppo e ci raggiunse visibilmente agitato per ciò che gli sarebbe successo in seguito.  Almeno per il momento le cose andarono meglio di come pensassimo; non dovemmo fare altro che scendere per un pendio assai dolce e così nel giro di dieci minuti arrivammo ad una piana che domina il vero cratere del vulcano e le isole eolie tutte dall’alto della sua maestosa cima. Giunti a questo punto assistemmo a tutte le sue evoluzioni a anche se lo avesse voluto a quel punto non avrebbe avuto nessun segreto per noi. Il  cratere dello Stromboli ha la forma di un grosso imbuto in fondo ed in mezzo al quale c’è un orifizio attraverso cui un uomo entrerebbe a malapena e che comunica con il camino interno del vulcano.

La metà di un cratere estinto...
La metà del vecchio cratere…

E’ questa fenditura che simile alla bocca di un cannone lancia una pioggia di proiettili che ricadendo nel cratere trasportano con sé pietre cenere e lava che ostruiscono questa specie di imbuto. Il vulcano sembra allora raccogliere le forze per alcuni minuti, compresso com’è dalla chiusura della sua valvola; ma nel giro di un attimo la sua fumata trepida come se fosse ansimante e si de scorrere nei fianchi incavati della montagna un sordo boato. Infine la cannonata esplode di nuovo, scagliando a duecento piedi sopra la vetta più elevata i nuovi sassi e la nuova lava che, ricadendo e ricostituendo la bocca del condotto eruttivo, prepareranno una nuova eruzione  [to  be continued ]

Viaggio nelle Isole Eolie, Parte II

Dattilo verso Stromboli

“ Mano a mano che ci avvicinavamo e che la barca a vela bordeggiava verso la nuova isola, Stromboli era sempre più distinta attraverso quell’aria tersa della fumata e, ad intervalli di un quarto d’ora, la fiamma spuntava al di sopra del cono vulcanico facendo irrimediabilmente tremare in ogni dove tutto intorno. Nel corso della giornata questa lingua di fuoco sembra non esistere, smarrita com’è nella luce del sole. Avvicinandosi da Panarea a vele spiegate, il cono perfetto dello Stromboli si staglia possente davanti a noi e le colate laviche alle pendici di esso si trasformano in ciottolame di varia misura a formare piccoli lembi di spiaggia nerissima che sembra ribollire del calore del magma che fu. Appena scende la sera su quest’isola e se si ha la fortuna di trascorrere la notte a bordo, in rada, dando ancora magari davanti al paesello di San Vincenzo ed appena l’Oriente inizia a scurirsi, questa fiamma diventa visibile e la si vede proiettarsi in mezzo alla fumata, colorandola per poi ricadere in una colata lavica dapprima rossa e spumeggiante e poi presso ossidata dall’aria scura e durissima verso il mare.

Raggiungemmo Stromboli verso le sette di sera. Sfortunatamente il porto si trova a levante e noi provenivamo da Occidente, così che fummo costretti a costeggiare tutta l’isola quasi facendone involontariamente il periplo. La barca a vela, ormai solo a remi poiché sottovento, passò davanti ad una ripida scarpata da dove la lava scendeva fino al mare. La montagna, la cui vetta ha un diametro largo quasi venti passi mentre la sua base ne misura centocinquanta, in quel punto è coperta di cenere e tutta la vegetazione è ovviamente bruciata anche se poi gli abitanti dell’isola mi diranno che, questa lava è un ottimo fertilizzante naturale e che presto la vegetazione torna a fiorire noncurante delle nuove colate che presto la raggiungeranno. Le previsioni del capitano risultano essere esatte: arrivammo mezz’ora dopo la chiusura del porto e ahimè tutto ciò che potemmo dire per farlo riaprire furono inutili parole. Ciononostante tutti gli abitanti di Stromboli, donne, bambini e pescatori erano accorsi sulla spiaggia. La nostra barca a vela faceva scalo in quel porto assiduamente ed i nostri marinai erano ben conosciuti in quell’isola: ogni autunno facevano quattro o cinque viaggi per caricare uva passa da portare sul continente. Nel corso dell’anno tornavano altre due o tre volte più che sufficienti per stabilire rapporti di varia natura sia amicali che economici. Appena fummo a portata di voce tra i nostri uomini  egli abitanti dello Stromboli si intrecciarono conversazioni del tutto particolari, scandite da domande e risposte in dialetto stretto che avremmo fatto fatica anche solo a ripetere e quindi per noi totalmente incomprensibili. Capivamo soltanto dal tono della voce che si doveva trattare di conversazioni amichevoli: Pietro, uno dei nostri marinai sembrava anzi dovere intrattenere rapporti ancora più affettuosi con una ragazza del posto che non pareva assolutamente preoccupata di dover celare i sentimenti di pieno affetto che nutriva per lui. Infine l’idillio si animò a tal punto che Pietro iniziò a dondolarsi dapprima su una gamba poi sull’altra, fece due o tre salti preparatori e sul ritornello intonato da Antonio iniziò a ballare la tarantella.

Osservatorio di Stromboli

La giovane strombolana per non sembrare scortese si mise a sua vota a danzare. Questa giga  a distanza durò fino a quando i due ballerini caddero sfiniti uno sul ponte della barca a vela a l’altra sulla spiaggia era il momento che aspettavo per chiedere al capitano ove contasse di farci passare la notte; ci ripose che era a nostra disposizione e che non dovevamo fare altro che ordinare. Lo pregai allora di ancorare di fronte al vulcano, per non perderci nulla delle sue evoluzioni notturne. Bastò una parola del capitano e tutti interruppero le loro conversazioni per riprendere i remi in mano ed avviarci verso la rada che ci avrebbe accolto per la notte. Dieci minuti dopo eravamo ancorati a sessanta passi davanti al lato settentrionale della montagna. Era proprio nello Stromboli a parer mio che Eolo teneva incatenati “lucentes ventos temoestasques sonoras”. Senza dubbio ai tempi del cantore di Enea e quando Stromboli si chiamava Strongyle l’isola non era ancora nota per quello che è e stava preparando nelle sue cavità quelle periodiche ed infuocate eruzioni e colate laviche che ne fanno il vulcano più gentile ma anche più attivo della terra tanto da sembrarci un compagno che scandisce ogni nostro movimento ed il tempo attorno a noi. Con Iddu infatti si sa sempre a cosa si va incontro: non è come il Vesuvio o l’Etna che, per una misera eruzione fanno attendere il viaggiatore due tre cinque anni talvolta. Mi si potrebbe rispondere che ciò dipende dalla gerarchia che essi occupano tra i vulcani, gerarchia che permette loro di essere aristocratici a loro svantaggio ed è vero. Ma occorre essere grati allo Stromboli per non avere abusato neanche una sola volta della sua posizione sociale e di avere capito che sarebbe stato solo un vulcano tascabile al quale nessuno avrebbe prestato attenzione se si fosse dato troppe arie. Quanto gli manca di qualità,

Fico Grande

Stromboli lo guadagna in quantità. E così per fortuna non fece attendere neanche noi: dopo appena cinque minuti di attesa sentimmo un cupo boato seguito da un’esplosione, simile ad uno scoppio di venti colpi d’artiglieria che rischiarò il cielo. La barca, il ponte e tutti noi fummo illuminati a giorno, un lungo getto di fuoco venne proiettato in aria e ricadde in una pioggia di lava: parte di essa ricadde nel cratere stesso mentre l’altra, rotolando giù verso la scarpata, precipitò come un torrente di fuoco e si immerse in mare sbollendo. Dieci minuti dopo lo stesso fenomeno si verificò nuovamente e così, ad intervalli di dieci minuti per tutta la nottata. Riconosco che quella fu una delle notti più singolari della mia vita: Jadin ed io non riuscivamo a staccarci da quello spettacolo, terribile e magnifico al tempo stesso. C’erano delle esplosioni tali che l’aria sembrava esserne tutta scossa l’isola pareva tremare come un bambino spaventato. Questo fuoco d’artificio procurava  solo a Milord uno stato di esaltazione quasi indescrivibile: voleva ad ogni costo tuffarsi in acqua per andare a divorare quella lava incandescente che talora ricadeva a soli dieci passi da noi, simile ad una meteora che si getta in mare….

[to be continued…]

Viaggio nelle Eolie

di Alexndre Dumas

Vicolo di Panarea

…ci svegliammo di fronte a Panarea dove un breve tratto di navigazione in barca a vela, per tutta la notte il vento ci era stato contrario ed i nostri uomini si erano alternati ai remi: ma non avevamo fatto un gran percorso ed eravamo appena a dieci miglia dalle coste di Lipari. Siccome il mare era assolutamente calmo e le condizioni metereologiche favorevoli dissi al capitano di gettare l’ancora, di fare cambusa per la giornata e soprattutto di non dimenticare i miei amati crostacei. Infine scendemmo nel tender prendendo Pietro e Filippo come rematori e gli ordinammo di condurci su uno dei venti o trenta isolotti sparsi nel braccio di mare tra Panarea e Stromboli. Dopo un quarto d’ora di navigazione sbarcammo a Lisca Bianca, la barca a vela alla fonda ed il suo “albero galleggiante” che ondeggiava lievemente ci rassicurava da lontano. Jadin si sedette rimpianse il suo parasole, montò la sua camera bianca e si mise a fare un disegno generale delle isole.  Quanto a me, presi il mio fucile da e seguito da Pietro mi misi in cerca di avventure, che si limitirano all’incontro con due uccelli marini, della specie di Beccaccini che prendemmo entrambi. Era già più di quanto avessi potuto sperare visto che l’isolotto era completamente deserto e con rari ciuffi d’erba in qua e là. Voltandomi si stagliava vicina Panarea con il suo profilo leggermente spiovente e le vele delle barche in navigazione che ne contornivano il profilo. A valle dell’isola pochi e rari i caseggiati dei pescatori. A monte una fitta vegetazione bassa e scura tra me e Panarea poche centinania di metri, ma alla mia vista questi molti isolotti sembravano separarmi da essa come un sentiero di pochi passi. Voltandomi verso nord vedo con sorpresa quella che all’inizio mi parve nebbia. Stordito, aguzzando la vista capisco che all’orizzonte sto guardando lo Stromboli e che quella presunta nebbia altro non è che il misti di fumacchi e lapilli che circondano il cono vulcanico di “Iddù”, così come gli isolani amano chiamarlo.

Rivolgo di nuovo la mia attenzione a ciò che sto facendo e con Pietro, che aveva molta familiarità con tutte queste rocce piccole e grandi, decido di farmi guidare subito all’unica cosa curiosa che esiste sull’isola. Si tratta di una sorgente di gas idrogeno solforoso che si sprigiona dal mare in numerose bolle e che diffonde tutt’intorno quell’odore acre tipico di una cucina malconcia. Pietro ne raccolse per me una cera quantità in una bottiglia di cui si era appositamente munito e che pappò ermeticamente con la promessa di mostrarmi al nostro ritorno in barca a vela, una curiosità. Dopo una sosta di circa un ora a Lisca Bianca ci accorgemmo che la nostra barca si muoveva e si avvicinava a noi.

Panarea vista da Lisca Bianca

Giunse davanti all’isola proprio quando Jadin ultimò il suo disegno; così non dovemmo far altro che salire sul tender e remare per cinque minuti prima di essere nuovamente a bordo. Il capitano aveva seguito le mie disposizioni alla lettera, aveva raccolto così tanti gamberi ed aragoste che non sapevamo più dove mettere i piedi, tanto il ponte ne era pieno. Ordinai di raggrupparli e contarli: ce ne erano quaranta. Rimproverai il capitano e lo accusai di volerci rovinare, ma mi rispose che avrebbe preso per se ciò che non avrei voluto, visto che non si poteva trovare nient’altro ad un prezzo migliore. In effetti a conti fatti, l’importo ammontava ad una cifra così bassa che mi accorsi che aveva acquistato in blocco la pesca di una barca di pescatori dell’isola di Panarea, per due monete al chilo.

La nostra escursione a lisca bianca ci aveva svegliato un feroce appetito; di conseguenza ordinammo a Giovanni di mettere in pentola i sei esemplari più grandi del gruppo, per il pranzo nostro e per quello dell’equipaggio; facemmo poi portare sei bottiglie di vino dalla cambusa in modo che non mancasse nulla al nostro pasto. A fine pranzo Pietro ci allietò con una tarantella ed il lieve ondeggiare della barca al passaggio di altre imbarcazioni a vela ci rilassò quanto bastava per passare un lieto pomeriggio in compagnie nelle acque di questo arcipelago eoliano. Alla vista dei miei due beccaccini, il capitano mi rivelò che l’isola di Basiluzzo brulicava di conigli. Siccome da tempo non facevo una battuta di caccia in piena regola, e nulla ci metteva fretta decidemmo di ancorarci davanti a quest’isola e di mettere piedi a terra per un paio di ore. Il profilo di Basiluzzo, arcigno alla vista come le guglie di una cattedrale gotica incuteva un leggero timore. Fondali profondissimi tutt’intorno non permettevano di ancorare se non lanciando una cima a terra che sola ci dette il modo di sbarcare. Naso all’insù Basiluzzo altissima pareva una costruzione egizia e solo una lunghissimo sentiero conduceva alla piana centrale. Quando vi arrivammo erano quasi le tre, e la rada dove la nostra barca riuscì a trovare collocazione era piuttosto comoda: otto o dieci case coronavano allora la piana dell’isola. Poiché non volevo ledere il diletto dei proprietari, mandai Pietro a domandare loro se mi volessero concedere il permesso di abbattere qualcuno di quei conigli. Mi mandare a dire che erano ben lungi dall’opporsi a quella lodevole intensione: più ne avrei presi più avrei fatto loro un piacere, dato che questi insolenti predatori saccheggiavano impunemente i pochi ortaggi che coltivavano e che, non disponendo di fucili non potevano difendersi da essi. Iniziammo la caccia e fu molto proficua.

Scoglio di Basiluzzo

Esplorammo l’isola da un capo all’altro, c’eravamo accorti di alcune antiche vestige: mi ci accostai ma a colpo d’occhio mi resi conto che erano prive di importanza. Avevamo perduto o meglio guadagnato due ore e se bene si fosse levata una bella brezza di sud est dalla Sicilia probabilmente non saremmo arrivati in tempo al porto di Stromboli per poter scendere a terra.

Spiegammo ugualmente le vele per non avere nulla da rimproverarci e percorremmo quasi sei miglia in due ore; ad un tratto però il vento da sud cadde per lasciare posto al grecale da nord est, e poiché le nostre vele divennero più dannose che utili procedemmo nuovamente a remi. Nell’avvicinarci al vulcano di Stromboli la nebbia intravista prima si rarefaceva pian piano ed il profilo dello Stromboli diveniva sempre più nitido. Dai disegni di Jadin mi accorsi poi che questo poteva essere definito il vulcano per eccellenza, tanto la sua forma conica assomigliava alla perfezione a quello che gli studiosi chiamavano “vulcano”.        

Le Eolie agli occhi di Dumas

Il titolo originale dell’opera è “Impressions de voyage. Le capitaine Arena( Parigi, 1854 ) ed è accompagnato da illustrazioni di Jean Houel, Voyage pittoresque des îles de Sicile, de Malte et de Lipari ( Parigi, 1782 ) e da altre di Luigi Salvatore d’Austria. Ogni immagine a carboncino dei due artisti scandisce il viaggiare dei tre personaggi che seguono rotta, orme e pensieri del predecessore Ulisse: Dumas, l’amico pittore Louis-Godefroy Jadin e il cane Milord, che non è solo un personaggio, ma che rappresenta l’irrequietezza della scoperta di luoghi forse perigliosi come lo sono sempre quelli circondati da mare a perdita d’occhio.

Monastero di Lipari

Viaggio nelle Eolie di Alexandre Dumas è uno di quei piccoli libri che vanno letti tutti d’un fiato e su cui l’occhio si posa in libreria perché l’attenzione viene attratta irrimediabilmente da un nome. Per me quel nome è stato “Eolie” che mi riporta alla mente oltrechè un mestiere, quello di skipper di vacanze in barca a vela anche l’idea di “casa”. Le Eolie sono questa mistura di paesanità siciliana, di natura e di multiculturalità che difficilmente coabitano in un unico luogo. Il libretto  è una raccolta di impressioni ricavate da alcuni giorni trascorsi in questo arcipelago di Sette Sorelle ai “confini del mondo”: le Eolie, che sembrano così lontane, e che in effetti allora lo erano davvero per i mezzi a disposizione, dalla Sicilia che sta per essere stravolta dall’arrivo impetuoso dei garibaldini. 

Anche Guy de Maupassant nel 1835 si spinse fino all’Arcipelago delle isole Eoliei. Nel XIX secolo sono stati qui esploratori e viaggiatori di ogni tipo; costoro con i loro resoconti e diari, sono stati la fonte prima e necessaria per la diffusione di notizie riguardanti un luogo così remoto, oltre che una vera e propria attrazione per gli abitanti del luogo così abituati alla loro solitudine.

Un’ isola senza confini ai confini del Mondo, Alicudi

Vulcano verso Lipari

Con un po’ di nostalgia i tre avventurieri si lasciano Palermo alle spalle. Hanno attraversato Romagna, Calabria e Sicilia e così adesso la speranza li trasporta ondeggiando verso le rive di Alicudi, la prima isola che incontrano e di cui ahimè non riescono, se non a vista, dalle alture, a compiere il periplo. Ad Alicudi, la più isolata delle sette Eolie non si arriva, ancora oggi, se non con barche a vela o motore poiché non vi attraccano aliscafi e non esistono porti degni di tale nome. Dare ancora in rada ed essere sicuri che tenga è un miraggio a cui tutt’oggi, ogni volta che vi arrivo, miro poiché la sua forma senza insenature e senza zone non esposte ai venti, rende l’ancora sul fondale quantomai instabile e le mie visite  a terra si limitano a brevissimi “affacci”. Quando Dumas ed i suoi compagni vi poggiano piede li sovrasta un cielo che si confonde col mare, tanto è l’azzurro che lo impregna. Il tempo trascorso in movimento per Dumas è fresco e piacevole, mai guastato dai disagi e gli inconvenienti tipici del racconto d’esplorazione. «Erano quelle le ore dolci del viaggio, quando si sogna senza pensare, quando il ricordo del paese abbandonato e degli amici assenti torna alla memoria, come quelle nuvole dalle forme umane che scivolando dolcemente su un cielo azzurro cambiano d’aspetto; prendono forma, si disfano e riformano venti volte in un’ora». Alicudi era desolata allora ed in parte lo è ancora oggi, ma non tristemente, almeno per me. Il senso di quiete tutto intorno, le barca a vela solo leggermente cullate dalla brezza creano pensieri, ma non inquietudine. Non c’è vegetazione che riposi gli occhi, ma la sua miseria non intacca mai lo spirito dell’avventuriero che si interroga sulle esistenze, secondo lui, inconcepibili dei pescatori, anonime vite trascorse in una terra senza riposo: «Quando si vive in un certo mondo e in un certo modo, ci sono delle esistenze che diventano incomprensibili. Chi ha trattenuto questa gente su quel vulcano spento? Vi sono cresciuti come le eriche dalle quali prende il nome? Quale motivo impedisce loro di abbandonare quest’orribile soggiorno? Non vi è alcun angolo del mondo ove non starebbero meglio di lì. Ma questa roccia arsa dal fuoco, questa lava indurita dall’aria, queste scorie scalfite dall’acqua delle tempeste, possono essere una patria?».

La montagna di piuma, Lipari

Stromboli

Lipari, una delle più grandi dell’arcipelago delle isole Eolie e Vulcano vivevano separate, finché la lava non ha colmato la distanza fra loro. Dumas snocciola qualche informazione sull’isola di Lipari, l’antica Eolia e terra di Eolo, dove Ulisse sbarcò dopo l’incontro con Polifemo. Dopo una breve passeggiata, i tre assistono al frettoloso commiato di una famiglia al proprio figlio, un bambino morto e steso su un giaciglio. Attorniato dai propri parenti e amici, questi non sembrano però particolarmente affranti e continuano indisturbati le loro occupazioni. Dumas e i suoi compagni di viaggio seguono, unici presenti, la cerimonia funebre fino alla fossa comune dove il cadaverino viene buttato senza troppi riguardi. Rimangono tutti sconcertati dal trattamento riservato al piccolo, ma presto vengono distratti dall’arrivo dei francescani che li ospitano per la notte dimostrando loro gentilezza e accoglienza. L’autore non potrà dimenticare «[…] il piccolo convento dall’aria orientale e la sua bella calma che gli dava l’aspetto di una moschea più che di una chiesa». I francesi approdati da pochi giorni sono oggetto di curiosità, la popolazione eoliana infatti è abituata agli sbarchi dei marinai, ma altri non si fanno vedere spesso da quelle parti. Il governatore di Lipari e dell’arcipelago li ospita e li conduce per i territori desolati, contento di avere finalmente compagnia; si annoia a morte e passa la vita col cannocchiale in mano in cerca di piccole novità.

Una puntata all’inferno, Vulcano Eolie

Uno stretto di appena tre miglia separa Lipari da Vulcano, succursale dell’Etna descritta tanto bene da Virgilio. Questa, popolata solo da forzati e da due sorveglianti, diventa il luogo dove gli avventurieri non riescono a distinguere il loro viaggio da un sogno. Il gruppo visita un vulcano sottomarino che riscalda l’acqua per una piccola area circostante, dove vengono raggiunti gli 85 gradi e dove sperimentano la preparazione di due uova sode con grande gioia e divertimento del cane Milord.

Una corsa sulla brace, Stromboli Eolie

Attività Vulcaniche Eolie

Dopo aver preso una pausa dall’escursione dedicandosi alla caccia di beccaccini e conigli a Panarea (detta anche paradiso della pancia), gli stranieri sono accolti nel migliore dei modi. Anche se non sono in grado di comprendere le parole dette dagli isolani, una cosa è certa: nonostante la scarsità di chiarezza, capiscono senza problemi che si tratta di conversazioni amichevoli. Lo Stromboli è un vulcano tascabile che non delude e non tarda a farsi sentire. Attraversano un mare di cenere bollente con l’aiuto di due guide del posto ingaggiate sul momento, un “lago di Sodoma” che lascia tracce d’ustione su tutti i partecipanti. Dumas vorrebbe scrivere le memorie del cane Milord come Ernst Hoffmann scrisse quelle del gatto Murr, ma questo è l’ultimo vulcano con cui avrebbero fatto conoscenza e si avviano sulla strada del ritorno.

Storie di Mare… Mare delle Eolie!

Spiaggia di Canneto

Viaggio nelle Eolie di Alexandre Dumas

…trascorremmo parte della giornata a bordeggiare; avevamo sempre il vento contrario. Passavamo successivamente in rassegna a Salina, Lipari e Vulcano, intravedendo ad ogni passaggio, tra Salina e Lipari, lo Stromboli che scuoteva all’orizzonte il suo pennacchio di fuoco. Poi ogni colta che tornavamo verso Vulcano, tutto avviluppato in un calore caldo ed umido, scorgevamo più distintamente i tre crateri piegati tutti e tre verso occidente. Uno di essi ha lasciato colare un mare di lava il cui colore scuro contrasta con la terra rossastra e con i banchi sulfurei che lo circondano.

Sono due isole ricongiunte in una sola in seguito ad una eruzione che ne ha colmato la distanza. Solo una era da sempre conosciuta ed era Vulcano, mentre l’altra sembra essere comparsa nel 1550. Verso la metà del XVI secolo ebbe luogo l’eruzione che le unì dando vita a due porti: quello di Levante e quello di Ponente.

Infine, dopo otto ore di inutili sforzi, riuscimmo ad entrare tra Lipari e Vulcano e, una volta riparati da quest’ultima isola, guadagnammo a remi il porto di Lipari, e demmo fondo all’ancora verso le due.

Lipari, con il suo Castello costruito su una rocca e le sue case disposte secondo le sinuosità del terreno, presenta un aspetto quanto mai pittoresco. Del resto, avemmo tutto il tempo di ammirare la sua posizione, considerate le innumerevoli difficoltà che ci fecero per lasciarci sbarcare.

Le autorità, alle quali avevamo avuto l’imprudenza di ammettere che non venivamo per il commercio della pesca, il solo commercio dell’isola, e che non comprendevano si potesse raggiungere Lipari per altre ragioni, non volevano ad ogni costo lasciarci sbarcare.

Alla fine, quando passammo attraverso un cancello i nostri passaporti che, per paura del colera, ci furono presi dalle mani con delle gigantesche pinze, e una volta che si furono assicurati che venivamo da Palermo e non da Alessandria o Tunisi, ci aprirono il cancello acconsentendo a lasciarci passare.

C’era un bel pò di differenza tra questa ospitalità e quella di Eolo. Si ricordi che Lipari altro non è che l’antica Eolia, dove Ulisse sbarco dopo essere sfuggito a Polifemo.

Ecco ciò che racconta Eneide: “Arrivammo fortunatamente all’Isola di Eolie, isola accessibile e conosciuta dove regna Eolo, amico degli Dei. Un indistruttibile ed inespugnabile baluardo, circondato da rocce lisce e scoscese, cinge l’intera isola. I dodici figli del Re costituiscono la principale ricchezza del suo palazzo: sei maschi e sei femmine tutti nel fiore della giovinezza. Eolo li tiene uniti tutti insieme e le loro ore trascorrono, vicino ad un padre ed una madre degni della loro venerazione e del loro amore, in festini perenni e splendidi per abbondanza e varietà.”

Appena fummo al porto di Lipari ci mettemmo alla ricerca di un albergo: sfortunatamente però, era una cosa sconosciuta nella capitale di Eolo. Cercammo da un capo all’altra della città; nonla minima piccola insegna, ne alcuna indicazione di locanda.

Lipari, Marina Corta.

Eravamo là, Milord seduto e Jadin ed io ci guardavamo abbastanza imbarazzati quando vedemmo una enorme folla davanti ad una porta; ci avvicinammo, facendosi largo tra la calca, e vedemmo un bambino di sei otto anni morto e disteso su una specie di giaciglio.

Ciononostante la famiglia non sembrava molto addolorata, la nonna accudiva alle faccende domestiche ed un altro bambino di cinque o sei anni giocava rotolandosi per terra con due o tre maialini da latte. Solo la madre era seduta ai piedi del letto ed invece di piangere parlava al bambino disteso con una speditezza tale che non capivo una sola parola.

In quel momento due monaci entrarono a prelevare il bambino, la madre e la nonna lo abbracciarono per l’ultima volta, poi staccarono il fratellino dalle sue occupazioni affinché facesse altrettanto.

L’isola di Lipari, che da il suo nome a tutto l’arcipelago, ha una circonferenza di sei leghe e racchiude diciottomila abitanti è sede di un vescovado e residenza di un governatore. Come si può ben intuire nella capitale Eoliana gli avvenimenti sono rari. Ancora si racconta, come fosse successo ieri, il colpo di mano che tentò su di essa Ariadeno Barbarossa, il famoso pirata che in una sola incursione e con una sola retata rapì l’intera popolazione, uomini, donne e bambini e li condusse con se come schiavi. Carlo V, allora Re di Sicilia, invio una colonia di spagnoli per ripopolarla, insieme a degli ingegneri per costruirvi una cittadella fortificata ed una guarnigione per difenderla.

Gli odierni Liparesi sono pertanto i discendenti di questi spagnoli giacché, come si può ben capire, non si vedi mai più riapparire nessuno di quelli che furono rapiti dal pirata Barbarossa.

Il nostro arrivo aveva destato scalpore; a parte i marinai inglesi e francesi che vengono a rifornirsi di pietra pomice, è abbastanza raro che uno straniero sbarchi a Lipari. Eravamo dunque oggetto di una curiosità generale: uomini, donne e bambini si affacciavano ai loro usci per guardarci passare e rientravano solo quando eravamo lontani. Così attraversammo tutta la citta.

Lipari, Vicolo Sena.

In fondo al corso, ai piedi della montagna di Capo Bianco, si trova un a collinetta, sulla quale salimmo per godere del panorama dell’intera città. Eravamo li appena da un attimo quando fummo avvicinati da un uomo sui trentacinque quarant’anni che da qualche minuto ci seguiva con l’evidente intenzione di parlarci. Era il governatore della città e dell’arcipelago, questo titolo pomposo da subito mi spaventò: viaggiavo sotto falso nome ed ero entrato clandestinamente nel Regno di Napoli. Ma fui subito rassicurato dai modi tanto gentili del nostro interlocutore: era venuto a chiederci notizie sul resto del mondo con il quale era assai raramente messo in comunicazione, e per invitarci a cena il giorno seguente. Lo informammo su tutte le novità che sapevamo sulla Sicilia, su Napoli e sulla Francia ed accettammo il suo invito.

A nostra volta gli chiedemmo informazioni su Lipari. Ciò che conosceva di più era il suo organo eolico di cui parla Aristotele e le sue stufe di cui parla Diodoro Siculo. Quanto ai viaggiatori che avevano visitato l’isola prima di noi, gli untimi erano stati Spallanzani e Dolomieu. Il brav’uomo, al contrario di Re Eolo, di cui era il successore si annoiava a morte. Trascorreva la sua vita sulla terrazza della sua casa con in mano un cannocchiale. Ci aveva visto arrivare e non aveva perduto nessun dettagli del nostro sbarco, subito dopo si era messo sulle nostre tracce…

To be continued…  

Stromboli terra di Dio…

La mia prima visione dell’isola di Stromboli me la offre il Margaux, il nostro Beneteau 57 nel 2011 arrivando dopo 24 ore di navigazione dalla costa….già viste Capraia, Elba, Giglio, Ponza, Egadi…tutte straordinariamente belle ed indubbiamente fascinose. Eppure Stromboli alle persone gli va incontro, non le aspetta, le assale. E te le fa dimenticare tutte all’istante…Si sa, gli arrivi in barca a vela su di un’isola, l’avvicinamento lento a suon di regolamenti di vela, il sibilo del vento sono visioni che tutti una volta nella vita dovremmo provare perché questi arrivi sono una conquista e questa sensazione su Stromboli la avverti chiara e limpida come il cielo terso che fa da cornice ad suo cono “presuntuoso”.

Stromboli e’ un’isola “sui generis” in tutto e per tutto, ma in realta’ non e’ un’isola, e’ un cono vulcanico che spunta dal mare ed i suoi pochi abitanti, 400 nei mesi invernali, vivono, nelle loro case bianche, abbarbicati sulle sue pendici, consci e felici del pericolo che li sovrasta, ma non curanti: “chi comincia a vivere qui non se può andare”…questa è la frase che in questi giorni mi sentirò ripetere più spesso. La natura e’ verde intenso, rigogliosissima forse per il clima temperato e per la fertilita’ dei terreni vulcanici. I colori dei fiori hanno tonalità mai viste altrove, sono dovunque e tantissimi, di dimensioni oserei direi geneticamente modificate se non sapessi che qui nulla fa l’uomo con le sue mani per ostacolare la natura dei luoghi; mi stordisce il profumo, quello del fiori biancolatte del cappero e delle bounganville che mi penzolano intorno in ogni dove;  profumi che non ricordi, a memoria, di aver mai sentito. Ci sbatti il naso ovunque se non guardi avanti…e non riesci a guardare dove vai, perché ogni angolo cattura l’attenzione come una calamita. “A Strmboli l’amore è gieco..” leggo in ogni dove. Sorriso di rito, sonore risate dell’equipaggio e due coppie di piccoli gechi abbarbicati sui muretti che sembrano cosi essere abituati alla presenza dell’uomo da rimanere pressochè immobili. Ora che sono a terra capisco cos’era quel sentore che ho avuto annusando l’aria quando la nostra barca a vela ha dato ancora davanti a Ginostra. I fiori, erano i fiori. Penso che la Bergman ne sia rimasta affascinata; la casa in cui visse per un breve periodo con Rossellini è “abbracciata” su ogni lato dai fiori. Io ne sono rimasta affascinata.

Il mare e’ molto bello, ma il primo impatto è terrificante. Impressiona. I fondali calano a picco a pochi metri dalla spiaggia e quando ti butti dalla plancia della barca a vela nel blu intenso, sai che sotto di te quel cono vulcanico che vedi spuntare dall’acqua si inabissa in essa per altri 2000 metri e l’impatto è caldissimo sulla pelle, ma gelido nel cuore. Ti ci devi abituare a Stromboli, devi capire che lui comanda e tu ne devi subire il fascino. Le poche spiagge sono di cenere lavica, nere, la maggior parte inaccessibili via terra…Margaux ancorata nelle baie più rilucenti sembra piccina piccina ed allontanandosi un pochino a nuoto, guardandola, sembra che i fumi del vulcano, la inghiottano. Pare quieto talvolta lo Stromboli, ma quei 20 minuti soltanto che intercorrono tra un’eruzione e l’altra…poi tutti sussultano, la terra trema sotto i piedi ed il mare ne attutisce le sonore, piccole e continue sciare di ciottoli che rotolano da lassù….

Il vulcano ha due crateri costantemente attivi, che eruttano a cadenza regolare, uno dopo l’altro, quasi a scandire il tempo; ci potresti regolare l’orologio. Prima ti batte il cuore dalla paura, paura vera;  poi ci fai l’abitudine e ad ogni botto sorridi. Andando via, quando lo guardi da poppa, ne avrai per sempre nostalgia.

Quella notte, il mio Comandante, lo Skipper, l’”Uomo di Margaux” decide di fare uno strappo alla regola, salpare l’ancora ed affrontare mezzo periplo dell’isola verso la sciara del fuoco. Un grande e ripido pendio che riversa in mare la lava del vulcano; nottetempo, quando il sole non ci oscura la visione con la sua luce, lo spettacolo e’ impressionante, le esplosioni ed il lancio di lapilli si susseguono e nel momento in cui il magma incandescente tocca l’acqua, i ciottoli freddano improvvisamente e formano alte colonne di vapore acqueo.

Vorrei vedere Ginostra, antistante la sciara ed dalla parte opposta rispetto a San Vincenzo, il paese principale di Stromboli. Il fascino tutto particolare di un paese a cui senza barca, sia essa a vela, motore o remi, non si può arrivare. Conta trenta abitanti, non ha mai avuto energia elettrica tranne da un ultimo breve periodo. Gli abitanti ne saranno forse felici…oppure no.  Il sentiero che si snoda lungo le pendici del vulcano e’ in parte franato e percorrerlo e’ pericolosissimo. E comunque sarebbero quattro ore. Penso che raggiungerlo via mare sarà facile…non è così. L’ancoraggio per Margaux, visti gli alti fondali, è precario ed  il suo porto, detto il “Pertuso”, e’ il piu’ piccolo esistente al mondo…batte quello storico di Ventotene. Chi abita qui, chi sceglie coraggiosamente questo posto anche nei mesi invernali è, di fatto, isolato per lunghi periodi durante l’anno.

Io che nel 2011, alla mia prima vacanza in barca a vela, non sono ancora propriamente avvezza al mare da questa prospettiva, mi rendo conto che raggiungere Ginostra è stata una decisione azzardata. Solo secondo me, lo skipper è baciato dal solito ottimismo. Non vi e’ nessuna possibilita’, in caso di emergenza, di approdare; se il motore si guastasse saremmo in balia del mare. Mi dicono che in questo punto il segnale al cellulare svanisce. Margaux ancora senza indugiare e con il gommone raggiungiamo il pertuso…dieci metri quadrati forse…o forse è la mia prospettiva ad essere sfalsata perché anche le case, la gente, la trattoria e tutto di questo paese mi sembra piccolo piccolo. Ed io ancora più piccina. Mi accorgo che non potrei mai fare la scelta che queste persone hanno fatto neanche per un mese forse. Rinunciare a tutto in pratica. Ma a loro, se tu glielo chiedessi, non sembrerebbe affatto di aver rinunciato a tutto, bensì di aver guadagnato un “nuovo tutto”. Glielo leggi negli occhi, non c’è bisogno che parlino. Forse se soggiornassimo qui per alcuni giorni capiremmo. Io l’ho solo “intuito” ed in parte lo Stromboli….dopo averlo visto consecutivamente ogni settimana per quattro mesi l’anno per sei anni. E oggi è sempre una sorpresa. Quella che i nostri equipaggi mi leggono negli occhi ogni volta che ci approdiamo chiedendomene il perchè. Non lo so perché, lo amo e basta. Secondo me le altre Isole, tutto nel mio cuore, gli fanno solo da cornice. E’ la mia Isola, lo è sempre stato fino dal primo momento, anche se ne avevo terrore.

Mi tuffo in mare per testare il mio coraggio, vedere se a distanza di qualche ora la paura di Iddu si è placata. Si sta bene, l’acqua è tiepida, mi sembra di essere rilassata anche sola in acqua qui; piano piano l’animo si acquieta e se stai calmo ed ascolti, le eruzioni le puoi sentire tutte intorno a te. Il pranzo in trattoria è piacevole, il silenzio ammutolisce tutti e godere di una vista così è un assoluto privilegio. L’equipaggio decide di rientare in gommone. Io preferisco provare a nuoto. Cerco di raggiungere Margaux e durante la piccola traversata sotto di me un’ancora incagliata nei massi a circa 5 metri di profondità attrae luccicante la mia attenzione; chissà perché nessuno si è preso la briga di recuperarla, mi chiedo. L’ancora mi distrae, ma quando riprendo a nuotare l’istinto è di voltarmi…vedo le pareti delle Stromboli che poco più in là si gettano negli abissi scurissimi…ho un sussulto, vado su, ma ingoio acqua salata, tossisco e ancora tossisco, mi tolgo la maschera strappandomi anche i capelli dalla fretta che mi è presa. Il tempo di riprendermi un po’ e salgo al volo su Margaux. Ovviamente tutti a bordo ridono…assistendo alla scena dalla tuga sicura della barca a vela tutto è più semplice. Ma io ho sentito Stromboli cosi esplicitamente e sonoramente sussultare che il cuore è salito in gola.

 

Ti ho lasciato così la prima volta e ti rivedo oggi con occhi diversi e più sereni, ma sempre ed ogni volta con il cuore in gola.

Simona

 

Alicudi…forse il periplo di un’isola, possibile a nuoto…

Alicudi Island…

fuori dalle rotte commerciali, con pochi abitanti e senza il turismo di massa che le altre isole conoscono, Alicudi conserva ancora il suo fascino naturale. Chi arriva ad Alicudi si immerge in una dimensione di vita ormai altrove perduta. Qui persino le grandi cernie non sembrano diffidenti e si fanno osservare senza ritrarsi. La risacca del mare e lo stormire del vento sulla vegetazione sono gli unici suoni. Arrivando in barca a vela da Filicudi, l’isola non offre ripari…dall’alto sembrerebbe quasi un ovale privo di qualsivoglia ansa od insenatura atta a permettere un ancoraggio degno di tale nome. Per cui ci accontentiamo di un approdo alla fonda precario che ci permetta di godere del fondale scuro e delle sensazioni che solo un’isola decentrata e quasi “persa” possono offrire. Data la particolare conformazione del terreno, mancano del tutto strade o viottoli carrozzabili e pertanto anche le auto, i motorini o le biciclette. Per affrontare le scalinate di pietra lavica che si inerpicano dappertutto, ci si affida ai propri piedi e ai simpatici asinelli che sono allevati sull’isola e che sopportano il peso delle merci e dei bagagli dal porto alle case sparse sul pendio. Niente discoteche, pizzerie, tavole calde, birrerie, boutiques, barbieri, paninoteche e sale giochi, solo un albergo bar ristorante e due negozi di alimentare..una rivendita di giornali e prodotti artigianali….ma è un luogo incantevole dove rifugiarsi ed assaporare una vacanza diversa. Il periplo dell’isola è un viaggio nella “preistoria” delle isole Eolie e sicuramente la barca a vela, se Eolo ce ne darà l’occasione, è il mezzo principe per affrontarlo. Partendo in senso antiorario dall’approdo di Palomba, si costeggia la spiaggia di Alicudi Porto. Le coste sono quasi tutte a picco sul mare e seguono un profilo uniforme, senza formare cale o punte accentuate, ma solo qualche piccola spiaggetta assolata. Dal mare, affacciandosi a prua della barca a vela se ne scorge una visione d’insieme: l’abitato, i terrazzamenti incolti, la Chiesa di San Bartolo in alto, la contrada Bazzina dove la costa si fa più dolce. In corrispondenza di questo tratto il fondale si trova a soli 5/10 mt…tali da poterci permettere di calare l’ancora per qualche ora prima che le brezze serali ci spingano verso la scogliera. E dove è possibile anche immergersi in apnea se lo si desidera, quasi un gradino prima di maggiori profondità. Più avanti dopo Punta Rossa, in direzione del versante occidentale, si possono osservare un’ alternanza di sottili colonne di lava detti Fili che spesso intersecano, dalla cima al mare, l’intera sequenza di rocce vulcaniche e grandi valloni di detriti lavici sgretolati detti Sciare. La parte occidentale totalmente inospitale e disabitata, è a picco sul mare. Ogni angolo ha forme e colori propri, sempre diversi e da l’impressione dell’inizio del mondo, del momento che ha preceduto l’apparizione della vita sulla terra. Si passa davanti a piccoli scogli coperti dal guano degli uccelli, la Sciara della Galera e lo Scoglio galera ricco di flora e fauna marina, dalle acque cristalline ed incontaminate. Qui i fondali hanno una pendenza più dolce:meritano una sosta ed un’immersione. Lo scoglio si protende come una spada dal mare verso la costa e ne è la continuazione. Proseguendo incontriamo un vallone molto profondo, la Sciara dell’Arpa che scende in mare direttamente dalla cima della  montagna . Dopo Punta Roccazza di nuovo i terrazzamenti ed una piccola grotta con un pilastro, detta della Palumba, scavata dal mare. Proseguendo si costeggiano la Punta dello Scario Vecchio, non un vero e proprio scale, ma piuttosto un riparo dai venti di tramontana, la Rupe del Perciato, un arco di roccia naturale, lo Scoglio della Palumba e ci si ritrova di nuovo al punto di partenza. E’ un periplo breve, ma affascinante e silenzioso che le vele della barca a vela spiegate all’occorrenza accompagnano con docilità seguendo perfettamente i ritmi e la mancanza di “pressioni” d quest’isola che di fatto è “una perla” del Mediterraneo. Con i piedi a terra, c’ di che inerpicarsi poichè nessuna strada costeggia le rive dell’isola, di cui non è infatti possibile fare il giro via terra. Solo una stretta litoranea conduce dal porto alla piana della Bazzina e nell’altro senso verso lo scoglio Palumba nei pressi del Pirciatu, roccia bucata ad arco sulla spiaggia, che si erge davanti all’hotel Ericusa. bagni in mare isole eolieLe scale sono mulattiere con ampi scalini in pietra che conducono fino alla vetta dell’isola, Piano Filo dell’Arpa. La vegetazione spontanea ed il disuso degli antichi sentieri rendono addirittura difficile il senso di orientamento nei viottoli. Per raggiungere il cratere bisogna prevedere circa due7tre ore di salita ed attrezzarsi di scarpe comode per camminare, senza troppa difficoltà sulle lastre di pietra chiamate “i princhi” che formano la strada. Dal porto si prende una stradina lastricata che sale costeggiando alcune abitazioni sino al vecchio molo detto scoglio palomba. E’ pittoresco questo paesino dalla case bianche che si inerpica, terrazzamento dopo terrazzamento, sulle ripide ed aguzze pendici del vulcano, immerso tra piante di erica, canne, cannicci, fichi d’india, cespugli di capperi e buganvillee. Superati la Chiesa del Carmine ed il Piano Fucile, al primo bivio si va a destra e dopo una serie di tornanti panoramici ed un tratto pianeggiante, la mulattiera arriva a circa 400 metri di altezza, sino alla Chiesa di San Bartolo, unico monumento di rilievo, ricostruita nel 1821 sugli intatti resti della seicentesca sacrestia. Sul retro vi è una grande cisterna per la raccolta dell’acqua piovana. Dopo pochi passi, lasciato il sentiero principale andando a sinistra si sale, tra ali di terrazzamenti, su una scalinata grandiosa che raggiunge un piano a quota 500 metri. In questo tratto pianeggiante quanto resta della cima di un cratere crollato, troviamo il villaggio di Montagna oggi abbandonato ed in rovina, antico insediamento edificato in alto per meglio difendersi dai corsari. Dall’altopiano si può salire sulla Fossa Gebbia e al Piano Filo dell’Arpa un antico cratere ormai colmo del vulcano. Da qui panorama è veramente stupendo. Un’escursione meno impegnativa consiste nel salire dal Porto verso la Chiesa del Carmine lungo una strada quasi orizzontale che domina il porto e conduce alla Tonna, un agglomerato pittoresco, rannicchiato al riparo di una vallata e tuttora abitato, da dove si può nuovamente scendere verso il porto. Una particolarità unica al mondo forse è la presenza dei “Rifriscaturi”, soffioni freddi emessi da cavità sotterranee e non caldi come quelli del vulcano usati anticamente dagli abitanti dell’isola come frigoriferi naturali per conservare cibi o raffreddare bevande. Mancano molte cose ad Alicudi, forse tutte agli occhi di chi la guarda e viene dal continente o anche solo dalle altre isole. Ma in effetti basta a se stessa e quando il mare, nei giorni di burrasca,la fa da padrone impedendo agli aliscafi di raggiungerla, Lei vive comunque. Non sopravvive, ma vive. Con poco e con lo scorrere lentissimo del tempo, ma lo fa.

Isola di Vulcano il mare di pietra…

Tra fanghi e bagni sulfurei, il Gran Cratere

Vulcano è la prima isola che si incontra salpando in barca a vela dal porto di Lipari. In prossimità del porto, ma anche avvicinandosi alla baie di Ponente e Levante, si è stupiti sia dalla bellezza del luogo sia dall’acre , ma piacevolissimo odore di zolfo che impregna l’aria. Il fenomeno cui ci si abitua presto e che da una gradevole sensazione di liberazione delle vie aeree, è dovuto alle “fumarole”, esalazioni ad alta temperatura di vapore acqueo, zolfo ed anidride carbonica che si sprigionano dal cratere e dalle fessure del terreno. Le fumarole ci rammentano, vive, che il cratere è sempre attivissimo ed anche circumnavigando l’isola in barca a vela se ne notano in ogni angolo di marre le manifestazioni a pelo d’acqua sotto forma di bolle che arrivano in superficie…soprattutto a vele aperte e motore spento il “ribollire” di questa terra impressione anche nelle sue manifestazioni sonore. Vive e si sente. Con Stromboli, Vulcano è l’unico cratere ancora attivo ed il più giovane dell’arcipelago delle Isole Eolie. Dovette fare molta impressione quest’isola ai romani ed i greci se denominandola “Terasia”, Terra Calda la consacrarono al Dio del Fuoco e la considerarono per sempre isola sacra. Il resto è storia recente; decenni di silenzio in un’isola bella e disabitata per lungo periodo sino a quando nel 1949 il regista Dieterle girò a Vulcano il film omonimo interpretato da Anna Magnani e l’interesse per l’isola e per le Isole Eolie tutte si risvegliò. Così anno dopo anno l’isola è diventata meta di un turismo internazionale e pressochè solo terricolo all’inizio dovuto all’attrazione del Vulcano e dai fanghi terapeutici; finalmente, anni dopo, l’isola si popola  anche del turismo marittimo che ne apprezza soprattutto il mare cristallino, la pacificità dei luoghi e la tranquillità delle baie più nascoste ai percorsi tradizionali accessibili peraltro solo in barca a vela; qui Vulcano si fa davvero apprezzare per i suoi scorci che talvolta ci riportano alle memoria scenari di gironi danteschi, tra le esalazioni sulfuree ed i pendii di roccia rossastra e la sabbia finissima e nerissima. A destra del molo di attracco è suggestivo, appena salpati, raggiungere la sommità del Faraglione di Levante; da qui si vede bene Vulcanello, sorta dal mare nel 183 a.c. in seguite a varie eruzioni sottomarine. E’ collegata all’isola da un istmo di sabbia e lava che ha creato due baie, diventate in pochi anni paradiso di chi, gettando l’ancora alla fonda, ha la fortuna di avvicinarsi all’isola via barca a vela e vedere tutta da una prospettiva ben più suggestiva, dal mare. A Levante si vede il laghetto naturale dei fanghi caldi, noti anche in epoca romana per la cura di patologie reumatiche, artrosi e malattie della pelle. Chi scrive (ed un po’ tutti del resto…) non ha saputo resistere e si è immerso nonostante l’odore ed il beneficio anche solo nel senso di un completo relax è stato visibilissimo! In prossimità del laghetto l’acqua refrigerante del mare riserva una sorpresa: “fumarole” sottomarine che riscaldano alcuni tratti del fondale marino pietroso. “Rimanere immersi nell’acqua che ribolle è un’esperienza unica che da una sensazione di assoluto benessere”….gettarsi dalla prua di una barca che da ancora in questa baia e ritrovarsi sott’acqua in mezzo ai fumi è anche inaspettatamente divertente e non solo per i bambini! La sabbia vulcanica nera e finissima contraddistingue la spiaggia di ponente che ospita nella sua baia una miriade di imbarcazioni ed è la più frequentata dai bagnanti. La meravigliosa spiaggia delle Sabbie Nere è delimitata a sinistra dallo Scoglio delle Sirene e a destra da Vulcanello in cui si trova La Valle Dei Mostri. La Valle prende il nome dalle particolari forme delle rocce modellate dal vento e dal mare in mezzo a dune di sabbia nera. Per visitare l’isola i percorsi da seguire sono due, uno terricolo ed uno marittimo. Per quest’ultimo il mezzo principe è sicuramente la barca a vela poichè il periplo dell’isola vi offrirà la visione di baie altrimenti inavvicinabili ed anche se questo tipo di turismo si è molto diffuso negli anni, la folla non è mai accalcata in ogni baia ma riesce benissimo a spalmarsi lungo tutto il percorso senza creare noiosi affollamenti e questo anche nei periodi di massima frequentazione come agosto ad esempio. Issiamo quindi l’ancora dal Porto di Levante per il giro che tutto si snoda in circa 28 chilometri verso  nord costeggiando la penisola di Vulcanello osservando lo spaccato longitudinale del cratere stesso. Superata Punta del Monaco dopo il promontorio si scopre una piccola baia cinta dalle rocce a strapiombo del Monte Lentia. Sulla sinistra il basso fondale contornato dagli scogli forma le cosiddette Piscine di Venere, piscine naturali di acqua color verde smeraldo. In fondo alla cala si apre la Grotta del Cavallo. Si può entrare ed inoltrarsi anche a nuoto e fare un bagno con il riverbero del sole che crea giochi di luce in un’acqua limpida che va dal verde al blu e l’ora migliore è senza dubbio il tramonto. Scendendo appare la Torre bianca del Faro Vecchio…ecco lo scalo di Gelso e la Spiaggia dell’Asino…dal mare si scorgono terrazzamenti e case coloniche mentre ci sovrasta l’imponente Monte Aria dai fianchi sinuosi e rossicci fino ad arrivare a Punta del Grillo in cui la colata lavica ha creato tutte una serie di piccole, splendide grotte; luogo splendido anche per la presenza di una sorgente naturale di acqua calda. Di percorsi terricoli d’altro canto ce ne sono molti, ma il più emozionante è senza dubbio la salita al cratere che potete organizzare al mattino o al calar della sera magari con il resto del vostro equipaggio in modo da non soffrire il caldo dei periodi estivi. L’escursione al cratere non si può perdere e rende percettibile una sensazione altrimenti inimmaginabile: la vicinanza non solo fisica, ma molto più profonda e spirituale tra la presenza del cratere ed il centro  abitato. Le attività degli isolani e la loro stessa vita dipendono dalla presenza di quel cono vulcanico così vicino, ma anche così quieto da oltre un secolo. Salendo, mano a mano che ci si eleva oltre l’abitato, il paesaggio e le sensazioni cambiano notevolmente e tutte le isole si vanno via via svelando allo sguardo. Si scopre un’Isola di Vulcano grande e ricca di vegetazione, con profonde vallate modellate dall’attività esplosiva e distese di profumate ginestre. L’arrivo all’orlo craterico da sempre ed ogni volta ancora di più un turbinio di sensazioni che si rinnovano anche nell’animo di chi come noi, vi si ritrova abitualmente da molti anni. E’ difficile raccontare a parole ciò che si prova ne trovarsi su uno stretto sentiero che da un lato mostra gli ampi e tranquilli orizzonti del mare e delle isole e dall’altro il cuore di una montagna viva che emette fumi, calore e sibili e che costruisce variopinti “ologrammi” di zolfo. La consapevolezza che dal fondo tramonto aperitivo isole eoliedel cratere dove si trova il “tappo” si siano scatenate nel passato le forza di una natura in grado di cambiare le forme del paesaggio, invita al rispetto assoluto e al timore anche per questo luogo che palpita in ogni dove di Vita.

Buon vento……

Isole Eolie l’amore di una vita!

Fuggire… restare per sempre!

Mi piacerebbe riportarvi quello che di queste sette isole sorelle, le isole Eolie, scrive Alberto Santo Bevitore e della passione che lo anima pensando a loro.

“Due temi apparentemente in contrasto, ma nonostante ciò, quando l’editore mi propose di esprimere le mie sensazioni pensai che in fondo in ognuno di noi coesistono sentimenti contrastanti. Spesso mi son detto “Adesso basta, vado via!”. Poi dopo poco tempo ho trovato molte ragioni per rimanere. Mi venne subito in mente il paragone con il paradiso e l’inferno. Tu puoi aprire la porta del paradiso o quella dell’inferno e la dietro troverai, probabilmente, un unico Mondo, la tavolozza di tutti i colori, tutte le sfumature, ogni domanda o risposta, oppure soltanto un riflesso di te stesso. Tra barche a vela ed imbarchi che vengono dal nord, trasportato dai venti, realizzai finalmente il sogno giovanile, desiderato a lungo: vivere su un’isola. Un guasto al motore e poi il grande amore suggellarono il mio destino e così restai. Un piede in mare e l’altro a terra, iniziai ad essere affascinato dall’Arcipelago delle Isole Eolie e dalla sua varietà. Un mare inconoscibile altrove quello delle Eolie non esattamente per incomparabilità di bellezza, ma per la purezza e la selvatichezza del loro essere. La barca a vela durante una crociera per i più fortunati il solo modo per coglierne appieno gli angoli più bui.  A nord Stromboli con l’emozione di essere su un vulcano attivo che ti invita continuamente alla riflessione, a porti delle domande sulla vita e sul tempo. Una salita al cratere che da sola vale un viaggio. I crateri sommitali di un vulcano che “ruggisce” ad ogni ora del giorno, sono meta di un turismo rispettoso che in pochi altri luoghi al Mondo trovi, quasi che a questo essere si dovesse una riverenza pari a quella di un Dio. A sud Gelso con il lieve fruscio dei fasci di canne che si estendono sulle morbide forme del pendio, giù verso il faro; un semicerchio dove gli alberi galleggianti delle barche a vela ormeggiate alla fonda sembrano al calar del sole mille lucciole sospese tra la terra ed il cielo. Ad Ovest Alicudi l’isola degli innamorati e dei post hippies. La grande storia, i venti turbolenti e le rughe sui volti tengono unito questo piccolo mondo isolato dal resto del Mondo più grande. Alla domanda postami da tanti miei amici stranieri, “Qual è la più bella delle sette Isole Eolie?” dopo tanti anni passati qui amandole tutte devo necessariamente dare una risposta. Ma come faccio…se ne nominassi una, le altre si offenderebbero poiché ognuna porta dentro di sé un particolare momento della mia vita che è impresso in questa sabbia nera come indelebile. Quindi rispondo “Tutte, poiché ognuna di esse corrisponde ad un particolare mio stato d’animo”. Non sono dunque soltanto le indimenticabili vedute dei faraglioni, dei coni delle altre isole o dell’Etna all’orizzonte coperto nei mesi invernali di neve.; non è solo il mare blu immenso come un giardino davanti alla porta di casa, nel quale si riflettono migliaia di diamanti; il sole del sud, lo stellato cielo mediterraneo, gli aromi del basilico e della ginestra, il cromatismo della lava e dello zolfo; le tracce delle culture dei popoli che si spinsero su queste isole. Tutto questo lo trovi anche altrove nel mondo, ma vi è qualcosa di magico, di inspiegabile, di incomprensibile che queste isole hanno in sé ed io credo che se ciò si potesse spiegare o comprenderne la magia, avrebbero perso molto del loro fascino.

……Voglio fuggire…voglio restare….

Se solo pensassi agli altri aspetti, ai rapporti con la gente, alle solitudini spirituali, alle difficoltà di collegamento, alle opere incompiute, al clientelismo, ai mille problemi grandi e piccoli che ha una comunità isolana…

Oggi vive del suo patrimonio naturale che reca un turismo a volte deleterio, ma solo a volte…e domani…?

Voglio restare…voglio fuggire…

Io fuggo. No…io resto per sempre!”

Al di là della loro posizione geografica che le vede piantate nel cuore del basso tirreno, le Eolie “esistono” in chiave essenzialmente mitologica. Per gli antichi sicuramente il fatto stesso che i “cocci” di pesanti scogli sfidando le leggi della natura, potessero in qualche modo galleggiare sull’acqua, era argomento degno di interpretazioni divine. Questo concetto spiegherebbe il perché gli dei avessero poggiato i loro calcagni su queste isole adibendole a perenne dimora. Si pensi ad Eolo, a Marte, alla stessa Diana cacciatrice o Nettuno. Dei che proprio qui assaporarono la mistura degli elementi naturali: il fuoco, l’aria, l’acqua. Come dire l’humus del genere umano: ingredienti sostanziali sostanziali per la stessa magia. Storici, poeti, naviganti, sognatori alle Eolie hanno dedicato almeno un verso di accenno e come può essere questo un caso?? In essi, fra questi narratori senza tempo, fu evidente la consapevolezza che le Eolie erano, e sono, sintesi dell’inconscio collettivo. Un inconscio che mira all’immortalità così come immortali sono gli Dei e la storia ed i luoghi di queste isole che rimangono stampati nella memoria del cuore. Accantonato Ulisse che per recuperare il suo “IO”, abbandonato ad Itaca deve, per gli “occhi” di Omero, transitare in queste isole; e superata anche Circe, vestale di Filicudi, laddove le donne oltre a possedere il dono dell’ubiquità usano stipulare un patto con la Luna determinando il sesso del nascituro, la mitologia delle isole Eolie recita financo Atlantide. Quello splendore architettonico e di civiltà progredita scomparve improvvisamente e quasi certamente qui alle Isole Eolie per una catastrofe di dimensioni inimmaginabili. Ma in questo caso Atlantide, sede dell’oblio, potrebbe rappresentare una proiezione collettiva ancestrale: nessuno sinora è riuscito a documentare la sua esistenza se non nel bisogno di perfezione e dominio. Eppure studi condotti pochi anni addietro da un ricercatore russo, prevederebbero che, se Atlantide, esiste,  sarebbe scomparsa, inghiottita dal mare scavato da esplosioni crateriche, proprio nelle Eolie. In un triangolo, alla base della piattaforma di settanta chilometri quadrati tra Lipari, Salina e Panarea, sarebbero evidenti i resti di quel cataclisma. Teoria fantastica? Possibile! Ed è anche fuori dubbio che un continente, pue se minuscolo come Atlantide, inabissandosi da un alba all’altra senza lasciare alcuna traccia, debba essere scomparso dove “terra trema piegata da viscere infiammate restituite poi agli abissi di pioggia salata…” Siamo alle isole Eolie allora, non ci sarebbe più alcun dubbio …o almeno a noi appassionati di queste sette meraviglie piace pensare così.

Panarea, mare da scoprire e terra da vivere!

Panarea mix d’eccezione !!

Un transatlantico, uno yatch, una barca di proprietà o a nolo, una a remi, un guscio di noce o meglio, un gommone sono indispensabili per partire alla scoperta di questo mare incantato. Perché qualunque cosa abbiate o scegliate, il periplo dell’isola merita una mansione a sé in questo viaggio alla scoperta delle Isole Eolie. Ogni giorno a porto San Pietro, agenzie di escursioni locali o di charter proveniente da Lipari vi aspettano per affittare le loro imbarcazioni e per portarvi in alcuni dei siti più belli di questo arcipelago dove il mare cristallino incontra le esalazioni sulfuree del fondo marino che ci fanno immergere in un mare di bolle in movimento continuo. Lisca Bianca, Basiluzzo, Cala Junco oppure il giro dell’isole se ne avete il tempo: attorno a Panarea il paesaggio marino e di costa e da togliere il fiato e tanti piccoli isolotti dalle forme improbabili e dal verde lussureggiante si stagliano all’orizzonte anticipando la vista delle Stromboli a miglia di distanza. Ciò che più attira l’attenzione di Panarea e che forse la differenzia da tutte le altre isole dell’arcipelago delle Isole Eolie è sicuramente la quantità di piccoli isolotti e scogli antistanti il porto. Non dimenticando maschera e pinna, è d’obbligo far rotta a Lisca Bianca e alla sua deliziosa spiaggetta. Bianca dal colore della roccia dovuto alla presenza fin dai tempi antichi delle fumarole, bolle gassose o solforose che per millenni sono state in attività esattamente come lo sono ancora oggi…è come immergersi in un’acqua che ha il peso dell’antichità sulle spalle ma che si mantiene perfetta, cristallina e pura nonostante l’età! Le fumarole sono ancora visibile sott’acqua, sia nella punta occidentale a 5 mt di profondità, sia nell’area compresa tra Dattilo, Bottaro e Lisca Bianca, a 20 metri circa con centinaia di colonne di bollicine. E’ qui che è localizzato il cratere nato dall’ultima attività vulcanica. L’isola di Panarea, gli isolotti ed i bassi fondali che la circondano sono ciò che rimane della grandiosa attività vulcanica caratterizzata dalla presenza di numerose bocche eruttive, per lo più oggi sommerse. Questa piattaforma sottomarina , trovandosi ad una profondità di circa 50 metri, fa si che i bellissimi fondali siano accessibili e che l’acqua sia trasparente e chiara per le immersioni fino a profondità dove altrove si brancolerebbe nel buio.. Dattilo invece si differenzia dalle altre per la sua forme piramidale ed ai suoi fianchi si trovano alcune caverne con zolfo e allume cristallizzato. Le Guglie sono i particolari e slanciati scogli minori che lo fiancheggiano. L’isola di Basiluzzo e lo scoglio Spinazzola meritano una gita di una giornata se potete per le sorprese che riservano. L’isola dista da Panarea circa 3,5 chilometri ed ha la forma di una cupola con le pareti a picco sul mare. Si notano le stratificazioni  sovrapposte delle varie colate laviche che si sono avvicendate negli anni, alcune a bande chiare ed altre più antiche e scure formate da ossidiana. Le coste assumono le forme più strane e bizzarre e le coste diventano inaccessibili. Vi è solo uno scalo naturale in prossimità della punta di levante, dal quale è appena visibile un sentiero che conduce fino ad uno spiazzo…ammesso che riusciate ad arrivarci! Dalla cima a circa 165 metri sul livello del mare si gode appieno della vista sia di Panarea che di Stromboli. I resti di una Villa Romana con tracce di pavimento a mosaico, intonaci colorati, una costruzione sottoterra a botte ed una darsena di epoca romana, oggi a sette metri sott’acqua, testimoniano che già 2000 anni fa il luogo era la residenza di un magnate di “sesterzi”.

Oggi l’isola è disabitata, ma per secoli i tre ettari di superficie sono stati coltivati a cereali. A Spinazzola invece, scoglio totalmente inaccessibile, si trova una colonia di palme nane unica nel suo genere in tutta Europa. Il giro dell’isola con un  natante consente, superato in senso antiorario lo scalo di Iditella e la spiaggia della Calcara, di visitare il versante occidentale, altrimenti non raggiungibile a piedi. Procedendo si incontrano Punta Palisi, la grotta del Tabacco ed infine una grande parete a strapiombo con l’antistante Scoglio Pietra della Nave, paradiso dei sub: quel che rimane di un antico cratere. Passiamo davanti a Punta Scritta dove si tramanda vi fossero delle iscrizioni, forse di pirati saraceni. Di qui in avanti pareti a strapiombo, prismi basaltici, colate laviche sovrapposte. A punta Muzza vi è la maestosa parete di Costa del Capraio, che arriva sino al mare. Arriviamo quindi all’emozionante Cala Junco, alla Cala del Morto e alla Calette degli Zimmari sempre molto affollata in agosto, all’insenatura di Drautto, a pUnto Torsione e a Punta Peppemaria e quindi saremo di nuovo al Porto di San Pietro. Se vi rimane un po’ di tempo da dedicare allo shopping, la boutique del Raya Club vi stupirà con i suoi tessuti variopinti, i pareo realizzati in Indonesia, l’artigianato ed i pezzi di antiquariato; la boutique Look and Buy con i suoi abiti alla foggia di Panarea; la boutique Scarfi per sandali fatti a mano su misura ed abbigliamento; Paguro per arredamento etnico per esterni ed interni, Bouganville con gli articoli in stile Panarea. Cocchi e Cenci ed in Vecchio Magazzino con le loro ceramiche pregiate, Pucci con i suoi tessuti decorati, Biddikkia con il suo abbigliamento chic ed i suoi abiti ricercati.