Il risveglio dei vulcani…

Attività vulcanica e cambiamenti climatici: c’è connessione?

Tutte e sette le Isole Eolie sono , o sono state in tempi remoti, vulcani attivi e la loro camera magmatica a tutt’oggi si estende per gran parte del bacino del Mediterraneo del Sud. Le isole (Vulcano, Lipari, Salina, Panarea, Stromboli, Filicudi e Alicudi) sono di origine vulcanica ed il loro apparato vulcanico si erge dagli abissi a circa 2000 metri di profondità, quindi le isole che vediamo sono soltanto l’apice emerso di strutture imponenti. Oltre a questi vulcani emersi ci sono altri vulcani sommersi (seamount) localizzati alle estremità delle isole (Sisifo, Enarete, Eolo, Lamentini, Alcione). I vulcani delle Isole Eolie sono un laboratorio a cielo aperto per geologi e naturalisti sin da tempi più remoti; Mandralisca e Deondant Dolomieu sono stati tra i primi che si sono interfacciati con la natura di questi ambienti. Tuttora queste isole sono studiate e monitorate in quanto presentano evidenze di attività vulcanica primaria come le esplosioni ritmiche dello Stromboli e secondaria come l’attività fumarolica a Vulcano, Lipari e nei fondali di Panarea. L’allerta gialla delle ultime settimane in seguito alla ripresa di un attività prepotente ed inusuale di Vulcano lo dimostra. E’ dal punto di vista geologico che si spiega l’attività vulcanica delle Isole Eolie tutte. Le isole Eolie sono un arco vulcanico, la disposizione geografica Alicudi, Filicudi, Salina, Panarea e Stromboli sono disposte a forma di arco orientato all’incirca est-ovest che intercetta in corrispondenza di Salina una linea immaginaria tra quest’ultima Lipari e Vulcano. La disposizione della suddetta linea delle isole maggiori è da ricondurre ad una faglia regionale molto importante che rappresenta un via preferenziale di risalita del magma e che si sviluppa dalle Isole Eolie e Malta. Il risultato nella forma dell’arcipelago eoliano è una sorta di Y. E’ recente uno studio condotto proprio in seguito al risvegliarsi dell’attività di Vulcano da un team di ricercatori dell’Università di Catania, dell’Università della Calabria e dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e recentemente pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale “Lithos” nel campo delle Scienze della Terra. Il punto nodale su cui si focalizza l’attenzione è il netto contrasto tra lo stile dell’attività eruttiva di Vulcano dell’Arcipelago delle Isole Eolie e i lunghi tempi di quiescenza che si registrano sull’isola, anche nell’ordine dei 100-200 anni tra un’eruzione e la successiva. Le eruzioni che scaturiscono dalla ‘Fossa di Vulcano’ sono state di taglia abbastanza modesta e sporadica nelle ultime centinaia di anni e questo risulta strano rispetto ad altri contesti geodinamici con le medesime caratteristiche dove invece l’attività vulcanica risulta tra le più distruttive del pianeta. Come si spiega questo?

Gli studiosi ci spiegano che il magma rimane confinato per lungo tempo a grandi profondità nella crosta terrestre (intorno ai 15-20 chilometri) e che viene messo in movimento verso la superficie solo pochi anni prima di un’eruzione. La risalita del magma avviene attraverso una vera e propria reazione a catena, che è capace di attivare camere magmatiche a profondità progressivamente decrescenti in cui è presente poco magma. Ciò comporta che i tempi di stazionamento del magma a livelli superficiali sono molto brevi, anche solo un paio di anni. Il tempo piuttosto limitato speso nella crosta terrestre inibisce l’evoluzione del magma stesso che, non perdendo in modo significativo calore, differenzia poco e non si arricchisce in volatili.

Guardando oltre l’arcipelago delle Isole Eolie non è difficile notare come negli ultimi anni le attività eruttive nel Mondo si siano moltiplicate non solo nella frequenza, ma anche e soprattutto nelle violenza e ci siamo chiesti, noi come molti altri, se questo progressivo risveglio possa essere i qualche modo legato al fenomeni ,piu o meno virulenti, di cambiamenti climatici. La domanda cruciale è se l’aumentare dei fenomeni di eruzioni vulcaniche anche in siti “quiescenti” sia una delle molteplici conseguenze del risaldamento globale. Se fosse così, il riscaldamento globale di oggi potrebbe significare eruzioni vulcaniche sempre più grandi in futuro.

La frequenza delle eruzioni vulcaniche diminuisce nei periodi più freddi e aumenta nei più caldi, anche per variazioni di temperatura abbastanza lievi, come quella che caratterizzò l’Europa tra 5500 e 4500 anni fa. Lo afferma un nuovo studio che ha analizzato le eruzioni dei vulcani islandesi dell’epoca, lanciando l’allarme su ciò che potrebbe accadere per effetto del riscaldamento climatico globale in molte parti del mondo. Quando i ricercatori hanno confrontato le registrazioni eruttive di molti vulcani islandesi prima, durante e dopo un era glaciale, con la copertura dei ghiacci, hanno scoperto che il numero di eruzioni è calato in modo significativo via via che il clima si è raffreddato e il ghiaccio si è espanso. Quando poi il nuovo studio si è concentrato sui più piccoli cambiamenti climatici non nel lungo periodo ma nel breve periodo allora si è scoperto che questo cambiamento in un periodo interglaciale significa che c’è una relazione tra cambiamento climatico e vulcanismo ancora più sottile di quanto si pensasse. Secondo Julie Schindlbeck, vulcanologa all’Università di Heidelberg, in Germania, il lavoro mostra “che forse anche piccoli cambiamenti nel volume del ghiaccio possono davvero influenzare il vulcanismo”. In realtà la meccanica di questa correlazione sembra anche piuttosto semplice. Quando i ghiacciai si espandono, tutto quel ghiaccio esercita un’immensa pressione sulla superficie terrestre. Questo può influenzare il flusso del magma, i volumi vuoti attraverso cui esso fluisce verso la superficie, così come la quantità di magma che la crosta può effettivamente contenere. Quindi quando i ghiacciai si ritirano, la pressione cresce e l’attività vulcanica aumenta. Dopo la rimozione dei ghiacciai, la pressione superficiale diminuisce, i magmi si propagano più facilmente in superficie e quindi eruttano.

Non sappiamo con certezza se ci sia reale connessione tra ripresa fervente dell’attività vulcanica nei siti geodinamici nel Mondo e riscaldamento globale, ma è senza dubbio vero che questi due fenomeni sono strettamente consequenziali dal punto di vista delle tempistiche e quindi la domanda è lecita.

Ed è vero anche che Vulcano, assieme allo Stromboli, per il potenziale che rappresentano in termini vulcanologici e di vicinanza al continente, valgono la pena essere monitorati e con molta attenzione.

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