…poi le Isole Eolie!

Sembra, o così è in effetti, che la barca a vela sia il mezzo che Iddu accoglie più volentieri; meglio se a motore spento e sospinta dal gonfiarsi delle vele di prua. Il corridoio di mare che si percorre allontanandosi da Panarea è tutto uno sbirciare verso di lui e la sua forma conica e simmetrica che si staglia possente sotto le foschie che ne nascondono la cima anche nei giorni di cielo terso e limpido. D’altra parte alla luce del giorno le eruzioni si nascondono dietro la luce del sole, ma visibili sempre nei fumacchi periodici e puntuali che ogni venti minuti ne animano i contorni.

Insomma c’è  quest’isola perduta, al largo del Tirreno, emersa dal mare e sputata dalla bocca di un vulcano, i cui pennacchi infuocati hanno guidato le rotte dei marinai nelle antiche notti senza stelle: Stromboli. Faro del Mediterraneo, regno di Efesto, qui si approda se il mare lo concede, ascoltando la voce della montagna e lasciandosi traghettare dall’afflato di Eolo. Figlia di Strombolicchio, secondo la leggenda tappo del vulcano lanciato in mezzo al mare durante una violenta esplosione 200 mila anni fa, Stromboli emerge 100 mila anni dopo.

La più orientale e luminosa della costellazione delle sette sorelle isole del vento, le Eolie. Tra le più strampalate fantasticaggini, ne narrava Omero nell’Odissea, la porta degli Inferi dalla quale discese Zarathustra nel pensiero di Nietzsche, la vorticosa via d’uscita dal mondo sotterraneo nel Viaggio al centro della Terra di Jules Verne; appartata e solitaria, la gemma nera del Tirreno è avvolta da mito e leggenda. Il manto, una volta nudo e brullo per la totale assenza di acqua sull’isola, come un miracolo, dischiude alla vista e all’olfatto un tripudio di odori e colori contrastanti, dolci, erotici. Nelle croste aspre della roccia lavica si insinuano macchie di fucsia bouganville, essenze di gelsomino e oleandro, capperi  in fiore, dirompenti fiordalisi, artemisie, distese di ginestre, che nutrite dal calore nella pancia della terra madre, pregna di sali minerali, crescono rigogliose, temprate dai venti di mare.

Dall’alto, Stromboli appare come una trottola di ossidiana di forma trapezoidale alta 920 metri, dal cui cono lavico, a 750 metri, traboccano le sue lingue di lava che discendendo lungo la parete scoscesa della Sciara del Fuoco, cristallizzano, inabissandosi per 2000 metri nel profondo blu. Capovolgendosi a testa in giù, ci si immerge in un altro mondo dove tutto ciò che stava nelle viscere della montagna, assume nuova vita. Dal fuoco all’acqua. Quelle che erano incandescenti rocce magmatiche, ingioiellate di anemoni, spugne, ricci saetta e gorgonie rosso lava, diventano tana di cernie e murene. Le acque limpide e profonde di questo mare custodiscono una biodiversità ricca di vita non ancora depauperata dalla mano dell’uomo che, qui, nutre verso il mare una silenziosa riverenza.

Uomini di mare, i cui volti antichi, scolpiti dai venti, sembrano raccontare storie di sirene e di tritoni. Le case a Stromboli valicano il concetto stesso di casa. Unità, anime, piccoli templi dalle forme cubiche e morbide, essenziali e senza pretesa alcuna nell’urtare l’integrità del paesaggio. Di bianco per combattere la paura del buio, se le guardi bene, mostrano senza imbarazzo la parte più intima di chi le vive.

Come una barca in mezzo al mare, a Stromboli la natura dà il tempo alla vita. Un luogo che non permette nessuna mediazione, dove il corpo subisce la violenza delle pietre così come queste subiscono la violenza di una mareggiata. Un rapporto di intima sensualità tra uomo e natura che, qualora accolto, ti scava, ti plasma dentro e fuori, costringendoti a capovolgere le tue stesse priorità. In questa terra mi sono spogliata per avvicinarmi alla mia autenticità di essere umano. Il respiro del vulcano come respiro di vita, di fronte al quale ne ho percepito la schiacciante prepotenza, la commovente bellezza.

Si racconta che a causa di varie vicissitudini familiari Eolo scappò verso occidente, fermandosi presso un gruppo di isole del Mar Tirreno, che in suo onore furono chiamate Isole Eolie. Si racconta che Eolo fosse pio, giusto e ospitale verso i forestieri, che avrebbe insegnato l’uso della vela ai naviganti e che riusciva a predire i venti agli abitanti. Eolo, quindi, riuscì ad ottenere da Zeus il ruolo di consigliere degli dei e domatore dei venti. Quest’ultimi, custoditi in un’otra nella sua reggia a Lipari venivano liberati in base alla richiesta degli dei o dei suoi abitanti, causando a volte anche danni dovuti alla loro forza impetuosa e tra cui le leggende annoverano il distaccamento della Sicilia dal resto del continente.

Qui tutto parla di vento, di barche, di naviganti per caso o per mestiere, di rotte vacanziere e di tragitti verso baie nascoste. L’isola col suo tempo variabile, i suoi venti e le sue correnti, detta il ritmo della giornata. E incatena a sé i molti che lasciano la città e si trasferiscono qui. Beatrice Fassi, bergamasca, coordinatrice di Magmatrek, vive a Stromboli da 23 anni. «Ho scelto di rimanere perché mi piaceva la semplicità dell’isola, ci trovavo una certa autenticità, una giusta lontananza dalla frenesia della vita in città e dal consumismo. L’isola per me è stata una scuola di vita, ho imparato tanto, ci passa il mondo. Vorrei che Stromboli, questo punto di vita perso in mezzo al mare, trovasse la forza di tornare al meglio del suo passato: coltivazioni, scambi tra le persone, essenzialità». Il vulcano, intanto, respirando a intervalli regolari, emette cenere e lapilli.

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